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4 Novembre nel segno della pace

DISCORSO DEL SINDACO NELLA RICORRENZA DEL 4 NOVEMBRE

p1020911_web1Saluto con sincera gratitudine i cittadini, il parroco don Giuseppe (che ringrazio anche per l’intensa riflessione dell’omelia), le associazioni, che hanno voluto partecipare all’appuntamento del 4 novembre, una data che ricorda come nel lontano 1918 terminasse la Grande Guerra, una delle più grandi tragedie dell’umanità. A distanza di quasi un secolo questa non può più essere solo una cerimonia di commemorazione, ma deve rappresentare l’occasione per ricercare il senso profondo di quanto accadde, affinché quei fatti e quelle idee possano insegnare cose utili e positive a tutti noi, soprattutto ai giovani.

 

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Dopo quattro generazioni ben pochi di noi sanno per quali ragioni il nostro Paese si convinse che partecipare a questa guerra sarebbe stata una buona scelta.
Probabilmente per la stragrande maggioranza delle persone che questa mattina sono qui, queste ragioni, anche conoscendole, non giustificherebbero in nessun modo i venti milioni di morti, la fame, la miseria e le distruzioni provocate. Più grave di ogni altra considerazione è sapere che quella guerra contribuì a piantare i semi di un odio sordo e cieco tra nazioni e popolazioni, che avrebbero prodotto i frutti del totalitarismo nazifascista, e che a distanza di soli vent’anni dalla Grande Guerra, avrebbero provocato un Secondo conflitto mondiale, ancora più bestiale e catastrofico.
Le ricerche e le analisi storiche di quel periodo ci hanno aiutato a capire che per spingere milioni di uomini gli uni contro gli altri, tra i reticolati e i campi minati, furono usate parole come Patria e Onore. Ma come sempre le cause vere furono prevalentemente quelle legate agli interessi colossali per le forniture belliche, al disegno di espansione economica delle nazioni più forti, al radicarsi e al prevalere di una cultura dell’intolleranza e dell’aggressività.
Nella Prima Guerra mondiale per la prima volta nessun aspetto della vita sociale (l’economia, la politica, la scienza, la cultura, le comunicazioni) venne risparmiato e tutto fu piegato alle esigenze degli stati maggiori. Così come non venne risparmiata alcuna sofferenza alle popolazioni.
La guerra non si combatté solo al fronte, ma nello scenario di un’Italia povera e contadina, chi rimase a casa condusse una vita di stenti, ed era preda di malattie che mietevano vittime nell’età infantile. Ancora raccontano gli anziani che in quegli anni, nelle cascine del nostro comune rimasero per anni solo bambini, donne e vecchi, mentre gli uomini validi erano al fronte.
Alla luce di tutto questo possiamo dire che trovarci riuniti in questa piazza, vicino al monumento che riporta il nome e cognome di quanti morirono per causa diretta dei conflitti armati, significa riconoscere che il loro destino non è stato vano, affermare che abbiamo capito la lezione, e che alle nostre generazioni spetta l’obbligo di testimoniare costantemente il senso profondo delle loro sofferenze e del loro ultimo sacrificio.

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Noi oggi siamo qui a dichiarare, con semplicità ma con fermezza, il nostro ripudio delle guerre e della violenza. Lo dobbiamo ai nostri morti innocenti, lo dobbiamo ai sentimenti di umanità e di giustizia ai quali dobbiamo tendere, lo dobbiamo alla Costituzione Italiana, che sul ripudio della guerra ha fondato la nostra storia recente e la nostra convivenza civile.

Ma questo può anche non bastare per garantirci un futuro di pace, perché, come disse Papa Giovanni Paolo II° nel messaggio che inviò alla Giornata Mondiale della Pace del 2002: “I pilastri della vera pace sono la giustizia…”

Sinceramente non mi sembra che tra i vari stati del mondo e all’interno delle stesse nazioni prevalgano principi di giustizia, e quindi le cose non vanno bene: la coesistenza pacifica stenta a decollare, gli squilibri tra i popoli aumentano, abbiamo modelli economici che non rispettano i bisogni degli uomini, così come non rispettano quelli della natura.
Ecco perché non riusciamo a fare altro che essere testimoni impotenti dei conflitti e delle guerre regionali sparse in varie parti del mondo, anche quando ci vedono coinvolti militarmente.
Infatti, mentre dobbiamo far sentire la solidarietà ai nostri soldati, non possiamo tacere che la presenza dei contingenti alleati in Afghanistan e in Iraq non sono riusciti a favorire processi di pace, né garantire la democrazia e il rispetto dei diritti umani, ma addirittura si finisce per sostenere governi corrotti e incapaci di ricostruire un minimo di vita civile.
Se non si ha un forte senso della giustizia non si riesce a capire le cause della divisione drammatica tra il Nord e il Sud del mondo e quindi non siamo adeguati ad affrontare fenomeni come le migrazione dei popoli, l’aumento delle aree di povertà e di sottosviluppo, stentiamo a comprendere cosa alimenta i movimenti fondamentalisti, e come queste condizioni siano strumentalizzate a fini terroristici.
Anche il nostro Paese sta vivendo un profondo travaglio, e il rischio di perdere delle posizioni importanti sul terreno dei diritti umani e civili è sempre possibile.
Importante è gestire senza lacerazioni traumatiche le grandi trasformazioni in atto, senza lasciarci prendere dalla paura e dall’angoscia per il futuro, senza cedere alla tentazione di diventare egoisti e indifferenti, senza negare i diritti fondamentali che spettano ad ogni persona in quanto tale, o addirittura scivolando verso la deriva senza ritorno dell’intolleranza e del razzismo.
Se i responsabili delle nostre massime istituzioni, i leader dei partiti, ma soprattutto le loro basi popolari e i cittadini, si impegnassero a rendere reali i valori della nostra Costituzione, anteponendo il bene comune agli interessi di pochi, allora si potrebbe mettere mano con maggior serenità e respiro alle grandi riforme, e avviare processi economici e sociali equi e incisivi, di cui abbiamo tanto bisogno.
Solo con questo spirito è possibile affrontare con decisione la grave crisi economica che subiamo, e definire un nuovo patto per il lavoro, per la sicurezza sociale, per l’istruzione e la cultura dei nostri figli, per il soddisfacimento di quei bisogni individuali e collettivi propri di ogni società civile.
Proprio perché ritengo che questo sentire sia condiviso dalla maggioranza dei cittadini, mi permetto di cogliere ogni occasione per discuterne, per confrontare delle idee, per rinnovare l’impegno a partecipare alla rinascita del nostro Paese.
In democrazia gettare le basi delle cose che contano non è un compito che spetta solo a chi comanda, anche quando dicono “ghé pénsi mi”, ma è un dovere e un compito dell’intera comunità nazionale, è una responsabilità che deve vederci tutti impegnati, ovviamente ognuno in proporzione ai propri ruoli e alle proprie capacità.

Grazie della vostra partecipazione e della vostra pazienza.

p1020895_webMonte Marenzo, 8 novembre 2009

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