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Ricordando Don Luisito Bianchi

Incontro questa mattina Don Giuseppe e mi dice che qualche giorno fa (il 5 gennaio) è morto Don Luisito Bianchi.

Non sapevo nulla e mi dispiace che si sia spenta la sua voce flebile nel tono ma ferma e decisa nelle cose che diceva.

Don Luisito è stato qui a Monte Marenzo il 22 aprile del 2005. Ho presentato un suo libro in Biblioteca e l’ho accompagnato a vedere la chiesetta di Santa Margherita.

Ho conosciuto Luisito Bianchi attraverso uno dei suoi libri. Ero alla Fiera del libro a Bergamo. Mi avvicino alla bancarella del mio amico libraio Seghezzi e lo apostrofo; “Allora, cosa c’è che bisogna assolutamente leggere?”. Lui si gira, mi guarda e indica un libro davanti a me, tra tanti altri, “Questo”, mi risponde. Guardo il libro e vedo una bellissima copertina di un caldo color arancio, dove è rappresentato un campo di frumento maturo. Lo prendo tra le mani e leggo il titolo: “La Messa dell’uomo disarmato”.

Mi stupisce che un romanzo sulla Resistenza sia tra le novità, poi lo soppeso, e mi rendo conto che è un libro voluminoso (alla fine conta 850 pagine) e, come d’abitudine lo giro e leggo: “La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza”.

Mi colpisce la poesia di questa frase: la guerra, l’avvenimento più cruento che conosciamo, “scoppia”, quindi deflagra con  violenza, ma in antitesi la natura, un campo di frumento “comincia ad avvolgersi – quindi a “fasciarsi” come una fanciulla – della sua veste di grazia, – del suo abito più bello – e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Sono proprio così i frutti dei gelsi, i moroni, “i murù”, nel dialetto delle nostre valli, quando sono troppo maturi, quindi dolcissimi, appassiscono e muoiono.

Tante volte ho acquistato un libro per un incipit felice, per una immagine accattivante: quella stupenda frase mi fa decidere di acquistare subito il libro, rimandandone la lettura durante le ferie, in Versilia dove visito Sant’Anna di Stazzema nel 60° anniversario della strage nazifascista che contò oltre 650 vittime inermi civili.

 

Rimasi folgorato dalla lettura del romanzo che mi entusiasmò al punto da consigliarlo a parecchi amici e di scovare Don Luisito Bianchi nella sua Abbazia, dove faceva il cappellano, a Viboldone. Lo avevamo invitato a parlare del suo libro per il 60° anniversario della Liberazione. Ci andai con il Presidente della Biblioteca, che era, al tempo, Beppe Dell’Oro. Ci stupì questa figura dimessa e fraterna che ci accolse regalandoci alcuni libri di poesia.

Passammo con lui una mezza giornata, visitando il Monastero del Lavello e Santa Margherita.

All’interno della chiesetta gli illustrai gli affreschi ma lo vedevo sofferente per il freddo e l’umidità e mi chiese di uscire al sole. Rimasi quasi deluso dal fatto che all’interno della chiesa non avesse detto una parola. Poi, mentre lo accompagnavo sostenendolo per scendere le scale prima dello spazio dove avevamo lasciato l’auto, mi sorprese perché si mise a descrivere certi particolari degli affreschi che io non avevo illustrato. Non avevo colto io la sua attenzione e il suo spirito di osservazione…

Quando ci sentivamo al telefono o quando andavo a trovarlo all’Abazia di Viboldone, ricordava con piacere quella visita.

Così come ricordava perfettamente (le vide una sola volta in Biblioteca ma questo gli bastò) le illustrazioni fatte dai bambini di Monte Marenzo che raccontavano la storia di Abele Colombo. “Dovreste pubblicarle” mi diceva…

 

Tutto questo per dire che tipo era Luisito. Per chi lo ha conosciuto o ne ha letto i libri Luisito Bianchi è stato un uomo, un sacerdote, un narratore la cui vita ha rappresentato un lungo, intenso, racconto della Gratuità.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date“. Non c’era altro modo di essere Chiesa per lui, non c’era altro modo di spezzare la Parola e condividerla. Anche per questo non ha mai accettato di essere remunerato in quanto sacerdote, e ha chiesto dispense ai Vescovi per poter lavorare. E’ stato infermiere e poi tanti anni operaio in fabbrica. Una delle esperienze che più lo hanno segnato e ha poi raccontato in diversi testi: “Salariati”, “Sfilacciature di fabbrica”, “Come un atomo sulla bilancia”, “I miei amici”.

 

Rileggo le dediche che mi fece sui suoi libri, dediche bellissime, così come alcune lettere che mi scrisse e che conservo gelosamente. Una di queste per ringraziarmi del libro “Monte Marenzo tra storia ambiente immagine e memoria” che gli donammo: “… ho ricevuto il monumento ‘più duraturo del bronzo’ che la comunità di Monte Marenzo ha innalzato alla Memoria tramandata da lontanissime generazioni alle nuove. Ne sono ammirato e commosso. Mi sento anch’io coinvolto nella grande avventura del tramandare quanto ho ricevuto, in questo movimento binario del dare e del ricevere, ricevere e dare, che è come il cuore vivo del mondo.”

Quella sera, alla fine della presentazione in Biblioteca, sebbene l’ora fosse tarda e lo attendeva ancora un pesante viaggio fino a Milano, scrisse puntigliosamente dediche personalizzate a tutti coloro che avevano assistito alla serata, mettendo meticolosamente il luogo e la data (lui la annotava contando gli anni trascorsi dalla Resistenza!).

Ha voluto una tuta da operaio nella bara e un asinello ad accompagnare il corteo funebre verso il cimitero. Sono due particolari che la dicono lunga su come fosse don Luisito Bianchi.

Vi lascio con una sua poesia che mi regalò quella sera a Monte Marenzo:

 

Civilissimo gelso

 

Civilissimo gelso che t’ostini

a sopravvivere come straniero

su qualche proda della mia pianura,

tu una volta gentile custode

di geometriche piane e di limpide

acque, l’antica gioia ancora serbi

ai miei occhi e parabole mi scrivi

di fanciulleschi giochi quando incontro

festinante mi vieni a imporporare

le labbra con memorie di dolcezza

e a stupirmi il sangue con fruscii

nello scrigno fatato del solaio

della paterna casa alla stagione

dei bachi ghiotti di sériche foglie.

 

Legno di gelso fu certo la croce

e l’incantato secchio del lavacro

già che resisti all’umana insipienza

che il vorace trattore elesse a nuovo

signore della mia pianura e pronto

ti dichiari a rinnovate alleanze

che ti conducano al dono compiuto

per esultanti fuochi di camini

e bozzoli dorati e labbra turgide

di bambini e riparo alla stanchezza

di mietitori.

 

All’ultima parabola

dai tuoi rami tracciata all’orizzonte

dell’infuocata mora che per troppa

dolcezza muore, muto m’avvicino.

 

25 aprile 1991 – Luisito Bianchi

 

(le foto che seguono sono state scattate nella Biblioteca di Monte Marenzo da Angelo Gandolfi. Le inviammo a Don Luisito che ci rispose con una lettera: ... grazie per le foto, le terrò care. Ho incontrato tanta umanità che mi ha arricchito. Vorrei ringraziarli a uno a uno. Fallo tu, ché un vecchio ha poca memoria anche se fa consistere la sua vita nel ‘fare memoria’).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 pensieri su “Ricordando Don Luisito Bianchi”

  1. Sul sito dell’Abbazia di Viboldone http://www.viboldone.it/ dove Don Luisito Bianchi era Cappellano è stato riportato lo scritto pubblicato qui sopra e le fotografie dell’incontro a Monte Marenzo.
    L’articolo è insieme ad altri in “Don Luisito, uomo e prete vissuto in gratuità”.
    Per facilitarvi il percorso eccovi il link (quando si apre il documento andate a pag. 20 e 21)
    http://www.viboldone.it/pdf2012/don%20Luisito%20uomo%20e%20prete%20vissuto%20in%20gratuita.pdf

  2. Mi sento di esprimere una condivisione piena come descritta sia da Angelo che da Sergio ricordando la serata con Don Luisito.Un
    grande uomo, dico grazie per averlo conosciuto.

  3. Confesso, con una punta di vergogna per un ex libraio, che non avevo letto nulla di don Luisito prima dell’incontro a Monte Marenzo.
    Quella sera ho scattato alcune foto ed ho scoperto, ripassandole per correggere le aberrazioni del neon, che aveva parlato sempre ad occhi chiusi. Entrava in relazione con gli interlocutori -in quel caso noi -sfrondando e togliendo di mezzo tutto il superfluo che avrebbe impedito la comunione degli spiriti attenti. Era un soliloquio a voce solo un po’ più alta per farci partecipi, per avvolgerci sul senso della responsabilità, del divino, della gratuità…
    Questa sua straordinaria concentrazione è evidente nei suoi manoscritti (non usava altro che carta e penna). Non una correzione, un ripensamento, una cancellazione, tutto scritto come sotto dettatura, in un transfert ispirato… Stupefacente!
    Ora prendo in mano un suo testo che mi ha regalato Sergio, Monologo partigiano sulla Gratuità, come il modo che avrebbe meglio apprezzato di ricordarlo.
    Angelo

  4. Quella sera c’ero anchio e acquistai il libro attendendo con pazienza che mi facesse una dedica (non faceva dediche a caso, prima voleva sapere “chi sei e perchè hai preso il libro ?” più o meno 20 minuti a persona..).Poi quel libro l’ho letto ed è diventato per me e per i molti amici a cui l’ho regalato “il libro” .
    Ciao Luisito e grazie per averci fatto venire voglia di essere persone migliori.

  5. Sono rimasto come uno scemo nel leggere l’articolo, assolutamente senza parole.
    Inizialmente decisi di pensare bene a cosa scrivere ma ho deciso invece di mettere giù questo mio commento di botto come, son sicuro, sarebbe piaciuto a Don Luisito. In fondo lui, come mi ha detto Sergio, scriveva senza ripensamenti, avendo ben chiaro quello a cui pensava…

    Ho uno splendido ricordo della serata che venne a fare qui, rammento ancora la gentilezza dimostrata nei confronti di tutti noi nel chiedergli l’autografo, i brividi nel sentirlo parlare, l’umanità che trasmetteva e molto altro ancora.
    Era la classica persona che resteresti ad ascoltare per ore ed ore senza stancarti mai…

    Non potrò infine mai scordare il debito di riconoscenza che ho con lui, in quanto, se son poi divenuto il bibliotecario che sono adesso, lo devo anche a lui…

    Grazie di tutto don Luisito, e addio…

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