Monte Marenzo, 1981…

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4 Responses

  1. marilena scrive:

    ieri sera la proiezione del filmato sulle cascina e i contadini di Monte Marenzo nel 1981 è stata una cosa bellissima che non lascia indifferente il cuore.
    Cinque cose in particolare mi hanno fatto riflettere:
    la buca del letame davanti alla cascina di Costa,
    le mucche nella stalla di Rico,
    il cartello storto con scritto attenti al cane appeso sul pilastro del lavatoio,
    le pannocchie di mais appese sotto i ballatoi, i panni stesi ovunque nelle cascine.
    La buca del letame e le mucche magre nella stalla sono rappresentative di un mondo contadino legato alla coltura biologica, di cui il letame di mucca era il principale componente. Le mucche non erano piene di ormoni e antibiotici e davano poco, ma buon latte.
    Il cartello storto testimonia che nelle cascine imperava un disordine funzionale: quello che serviva andava bene, non si cercava l’estetica, come quando i fiori venivano messi a crescere nelle latte di pomodoro o quant’altro si trovava in giro per quest’uso.
    Al contrario cura massima ed ordine funzionali erano dati ai panni stesi, espressione di una dignitosa povertà. E alle pannocchie che dovevano stare all’asciutto in posti sicuri (per inciso ho notato con piacere che a Monte Marenzo si coltivava allora il mais Marano)
    Per ultimo il filmato rivela un dato prezioso: i contadini pur essendo fondamentali per la sopravvivenza della società vegetale, animale, umana, da sempre, nelle interviste non sembrano esserne consapevoli, quasi si ritraggono nel mostrare il loro ruolo, si sentono più fatali vittime resistenti con dignità che protagonisti. E come non dar loro torto visto che la terra era del padrone e che la loro voce non importava a nessuno.

  2. Ivana Bonanomi scrive:

    Ieri sera ho voluto raccogliere l’invito di vedere Monte Marenzo, il mio paese d’adozione,com’era 33 anni fa, e le mie aspettative non sono state deluse.
    Quando sono venuta ad abitare a Monte Marenzo, nel 1992, era già in atto la trasformazione che lo ha portato ad essere com’è oggi, e io, venuta da fuori, poco conoscevo di questo paese.
    Pian piano ho imparato la sua storia, i nomi delle sue cascine e dei suoi luoghi e vedere e sentire dal vivo quelle realtà ormai passate è stato per me davvero quasi commovente.
    Mi prende sempre una grande emozione quando vedo delle vecchie cascine o vecchie costruzioni perchè i loro sassi, le loro travi, i loro muri scrostati ci parlano di un mondo fatto di una vita scandita dai ritmi della natura, di lavoro duro nei campi, di momenti di riposo quando la terra riposa.
    Non è la nostalgia di un tempo passato che fa dire:’Ah! Una volta…’, ma la nostalgia di un modo di vita semplice, essenziale, senza tanti orpelli, fatto appunto di cose semplici, non complicate, anche nei rapporti con gli altri, in un’epoca in cui abbiamo troppo di tutto, e
    la consapevolezza che dalla terra dipendiamo e per questo dobbiamo rispettarla e preservarla.
    Un plauso a chi 33 anni fa ha avuto il ‘pensiero’ di fare questi filmati e a chi, lungimirante, ha fatto sì che quel mondo non scomparisse non solo materialmente ma anche nella memoria, come invece è accaduto in realtà vicino a noi.
    Un impegno che noi adulti dobbiamo prenderci è quello di far conoscere questo mondo che è stato ai bambini e ai ragazzi perchè come qualcuno ha detto non c’è un futuro senza conoscere il proprio passato.

  3. Sergio V. scrive:

    Grazie a Marilena e a Ivana per le considerazioni e i complimenti che giro agli altri co-autori.
    Ed è vero quel che dice Ivana sull’impegno che dobbiamo avere nel trasmettere questa memoria.
    Memoria che è scritta anche nel paesaggio che ci circonda e nelle architetture delle cascine. Leggendo il commento di Ivana mi sono ricordato il passo del mio libro quando descrivevo questi luoghi:

    “Si distinguono gli antichi nuclei di case, le vecchie cascine in pietra, con i tetti di tegole rosse, abitate fino a pochi decenni fa da contadini e mezzadri. Osservandole bene, quelle case raccontano il tempo: ogni muro, ogni arco, ciascuna apertura o tamponatura, va a comporre architetture omogenee, ma ogni singolo elemento ha una storia e una cronologia distinta. A sapere leggerli con attenzione, quei mattoni e quelle pietre accostate sono l’alfabeto, le frasi, i paragrafi, i capitoli delle storie vissute in quelle case, segni di una scrittura di pietra che narra le vicende di quelle cascine e dei loro antichi abitanti.”

  4. cristina scrive:

    Vorrei anch’io ringraziare per l’accoglienza riservata alla proiezione dell’altra sera e per i pensieri e affetti richiamati…

    La cosa che forse più mi ha positivamente sorpreso dell’ incontro ‘storico’ del 10 ottobre, è che si è trattato di una serata non esattamente all’insegna della nostalgia, del passato, del come eravamo.

    Certo, una contenuta emozione, che condividevamo, si percepiva diffusa in sala, in particolare tra chi aveva legami familiari con le persone che apparivano (ahimè piuttosto sgranate!) sullo schermo.

    Ma c’era anche altro.

    Intanto, come si è detto, c’è stata qualche liberatoria risata di fronte alla prontezza di spirito di alcuni interlocutori, a qualche loro efficace commento (decisamente tranchant!) sulla condizione contadina.

    C’è stata pure qualche reazione del pubblico di fronte a testimonianze che suonano per noi piuttosto sorprendenti: ad esempio, quando Nando Barachetti racconta di come le uniche riparazioni alla casa colonica, il padrone le fornisse solo “fin che ci son stati i caalér”, cioè tanto perché non piovesse sui bachi da seta, più che sui contadini che li allevavano…
    Oppure quando Rico Colombo parla della durata del suo rapporto di mezzadria, prolungata fino alle soglie degli anni ’70 del Novecento.

    Nell’insieme, più che la nostalgia, la serata ha suscitato vivacità, forse anche una sensazione di comunità, una nuova voglia di far domande e dire qualcosa, anche rilievi sui limiti dell’indagine. Ed in effetti il filmato presentava solo alcuni dei vecchi nuclei del paese e dei suoi abitanti, né poteva pretendeva di dare un quadro completo.

    Ma più che una critica, il rilievo esprimeva un desiderio, apriva una possibilità, come a dire: “Anch’io avrei tanto da raccontare sulle nostre case, sulla nostra terra, su come vivevamo, su quanto abbiamo lavorato. Anche noi siamo stati protagonisti della nostra storia.”

    Così, il dopo-proiezione si è dilungato ben oltre il consueto ‘dibattito’ e, a gruppetti molto animati, siamo rimasti fuori dalla sala civica, ad ora ormai tarda, ad ascoltare, discutere, scambiare racconti e considerazioni, riflessioni sull’ieri e sull’attualità, su quanto, su come e se, valga la pena continuare: continuare a documentare, imparare, provare a re-inventare questo nostro non facile presente.

    Così, la sera dopo, è toccato alla giovane neo-laureata Simona Losa riprendere il filo di questa lunga storia, che ancora può essere, forse, nelle nostre mani.

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