Martina Ferrara ci ha contattato nei giorni scorsi per avere un aiuto su un progetto che vuole realizzare presso la Struttura in cui lavora, Casa Abramo di Lecco, che accoglie adulti in situazione di difficoltà, marginalità, disagio, o coloro i quali hanno vissuto l’esperienza carceraria, per sviluppare percorsi individuali di recupero e di risocializzazione.

Il progetto di Martina prevede la realizzazione di alcune fotografie sul tema delle nuove povertà in Provincia di Lecco, così abbiamo chiamato l’amico Giorgio Toneatto e abbiamo seguito Martina in alcune realtà lecchesi dove queste persone che hanno perso lavoro, casa e famiglia, trovano un po’ di ospitalità e di solidarietà.

Il primo luogo che abbiamo visitato è la Mensa Caritas San Nicolò, vicinissima alla Basilica di Lecco. Quando arriviamo, poco prima di mezzogiorno, già alcune persone sono in attesa lungo il marciapiede dove c’è il cancello d’entrata.

Martina ha già preso contatto con Tino Fumagalli, volontario coordinatore della mensa che, dopo aver aperto il cancello, si mette a distribuire dei piccoli biglietti con il numero progressivo per fare entrare gli ospiti nel giardino antistante la mensa. Un modo, ci dice, per evitare discussioni sulla precedenza sui 40 posti a sedere disponibili. Ci sono stati in passato altri problemi con gli ospiti affamati che cercano in tutti i modi di accaparrarsi il cibo per primi. Dentro la mensa ci sono 6 tavoli e veniva naturale ai volontari che distribuiscono il pasto, servire il primo tavolo vicino alla porta e poi i successivi. Allora gli ospiti cercavano di accomodarsi a quel tavolo. Tino ha escogitato un altro metodo: servire a rotazione i tavoli nell’arco della settimana. Capito il meccanismo gli ospiti cercavano il tavolo a secondo del giorno della settimana con gli stessi problemi di prima. Si è pensato allora che avrebbe dovuto essere la sorte a determinare il primo tavolo da servire. Sei tavoli? Basta un dado si è detto. Da allora, prima di servire, c’è “il rito del dado”: Tino getta il dado e viene servito per primo il tavolo corrispondente al numero che esce….

Basterebbe solo questo piccolo aneddoto per capire come ogni cosa, in tema di servizi per i poveri, debba fare i conti con le priorità che queste persone hanno: i bisogni primari di mangiare, di bere, riscaldarsi…

La scena della fila davanti alla mensa si ripete ogni giorno da quando, nel 1990, l’allora prevosto monsignor Ferruccio Dugnani, ha fatto aprire questo spazio. Ma l’attenzione ai poveri ha una storia ben più lunga. Tino mi vede prender nota e, per facilitare il lavoro ci invierà la storia della Mensa e i dati rilevati negli ultimi anni. Dalla nota che ci ha fatto avere leggiamo che la “Congregazione della carità” assisteva i poveri fin dal 1808 e poi, nel 1939 la “Società di San Vincenzo femminile e maschile” ha iniziato a distribuire la minestra alle famiglie povere e ai “barboni”.

La mensa della Caritas di Lecco accoglie ogni giorno 40 e più persone, dai 20 ai 70 anni. I dati (inoppugnabili, le presenze sono registrate giornalmente su un computer) dicono che nel 2013 si sono serviti 8168 pasti per 1193 presenze complessive. La mensa è aperta da lunedì a venerdì. Il 24% dei fruitori sono italiani (ma nel 2012 sono stati molti di più, il 30%). Gente di 29 nazionalità diverse, nel 2013 i nuovi arrivati sono stati 276; gli stranieri sono soprattutto originari della Romania (16%), Marocco (15%), Costa d’Avorio (8%); gli immigrati hanno quasi sempre un regolare permesso di soggiorno.

Qualche volta la richiesta è superiore alla disponibilità della mensa. Nessuno però se ne va a mani vuote: chi non riesce a entrare riceve comunque un cestino con un panino e una bottiglietta d’acqua. Con la situazione economica le presenze di chi arriva e chiede aiuto sono raddoppiate negli ultimi 5 anni. Oltre alla mensa c’è il Centro di ascolto, il servizio guardaroba, quello docce, il rifugio notturno e il Fondo famiglia lavoro.

Chiediamo se possiamo scattare una foto alla coda davanti all’entrata. Avvertiamo che la faremo con le persone girate di spalle per rispettarne la privacy. Nonostante questo avviso gran parte delle persone in coda si allontana, le persone non vogliono farsi ritrarre e capiamo i loro motivi, non insistiamo.

Dentro la mensa viene servito il pasto. Un primo, pasta al tonno, e di secondo c’è pollo. Se il menù prevede carne di maiale, che è magari stato donato alla mensa, alle persone di fede musulmana viene servito un menù alternativo. Il lavoro è svolto da una trentina di volontari, a turno, dai 20 agli 80 anni, ci sono tre cuochi, un volontario registra le presenze al computer e altri due servono a tavola, apparecchiano e sparecchiano, poi puliscono il locale. Le derrate alimentari vengono recuperate dalla merce in scadenza nei supermercati  o sono donate da persone  che chiedono cosa occorre e lo portano.

Ci spostiamo di poche decine di metri e andiamo in Biblioteca a Lecco. Qui vengono alcune persone disagiate a riscaldarsi. Siedono un po’ defilati, hanno la possibilità di leggere giornali, cercare gli annunci di offerta lavoro e navigare in Internet. Nei giorni di brutto tempo sono più numerosi: gli “invisibili” diventano così fin troppo visibili, con qualche preoccupazione e protesta da parte di altri utenti. Ma in genere non danno fastidio e gli operatori della biblioteca gestiscono al meglio questa situazione.

Ci sono tanti altri luoghi dove queste persone cercano un riparo, come la Stazione dei treni, mentre nella hall di ingresso dell’ospedale non sono più tollerati.

Con Martina andiamo nel quartiere di San Giovanni, dove c’è la sede di Casa Abramo, l’area sociale della Società Cooperativa Sociale ONLUS “L’arcobaleno”, che si occupa degli ultimi e degli emarginati, persone senza fissa dimora o provenienti dall’esperienza del carcere. Qui incontriamo diversi operatori ed operatrici e la responsabile Micaela Furiosi. Qui ci si occupa di sostegno alla ricerca di un alloggio e di un’occupazione, si aiuta allo svolgimento delle pratiche di soggiorno, c’è disponibilità di una cucina e un guardaroba.  Gli ospiti sono una quindicina, sia italiani che stranieri. Nell’ufficio vedo appesa una lavagnetta con indicato il numero progressivo e le iniziali degli ospiti stranieri, la data del loro arrivo nella struttura e la data prevista di uscita (8 mesi più un’eventuale proroga di 2 mesi), secondo un Progetto specifico per gli stranieri mentre gli italiani hanno progetti che differiscono l’uno dall’altro.

Facciamo un giro degli ambienti comuni: il piccolo cortile dove si gioca con un calciobalilla, la sala con la TV, il soggiorno dove gli ospiti mangiano. Mentre Giorgio scatta alcune foto accompagnato da Martina e Micaela, parlo a lungo con un ospite che mi racconta di come la sua vita sia cambiata dopo che varie vicissitudini gli hanno fatto perdere il lavoro, la casa e la famiglia. Storia di “nuove povertà”, diversa da quella del giovane extracomunitario fuggito dal suo paese.

Ogni storia, come la vita di ciascuno di noi è diversa. Questi luoghi cercano di includere e non escludere nessuno.

(tutte le foto sono di Giorgio Toneatto – clicca sulle immagini per ingrandirle)

 

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