Bisogna essere cattivi. E’ un imperativo categorico di tendenza, tenuto a battesimo negli ambienti sportivi è in rapida espansione in molti settori, compresi i luoghi sacri delle nostre sedicenti civiltà.

L’allenatore con cupo cipiglio sputa nel microfono: “Per vincere bisognava essere molto più cattivi”. Già, essere più bravi non basta. Per coerenza, mi aspetto che il suddetto mister sproni suo figlio ad essere più cattivo per riuscire a scuola.

Ormai è un mantra. Bisogna essere cattivi è un tarlo che rosicchia la ricchezza degli usi linguistici, un sinonimo jolly buono per tutte le stagioni.

L’espressione bisogna essere cattivi è l’affascinante formula per prevalere in qualsiasi competizione, per affermarsi nel lavoro, per vedersi riconosciuti i propri diritti, per essere apprezzato nel proprio quartiere, per farsi valere con la compagnia del pub, per connotare le relazioni con l’umanità dolente. L’ho perfino sentita come ricetta per mantenere un buon rapporto di coppia.

Oplà, con un solo enunciato stiamo mandando in disuso parole belle e importanti, come capacità, professionalità, giustizia, autorevolezza, amicizia, solidarietà, addirittura amore.

Quando avremo sperperato la molteplicità delle parole necessarie a descrivere l’infinito cosmo dell’animo umano, quando i nostri cattivi grugniti non riusciranno più a raccontare le innumerevoli sfumature delle nostre esistenze, non ci resterà che usare la clava. O la pistola; il che equivale.

Categorie: Cultura & Scuola

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