Scheda di Monte Marenzo

 

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Provincia: Lecco (LC)

N° Abitanti: 1994 (dati 2010) (M 996, F 998 – famiglie 721)

Densità per kmq: Densità per Kmq: 653,0

Superficie: 3,05 kmq

Altezza s.l.m.: 440 m

Frazioni: Levata

Santo patrono: San Paolo

Festa patronale: 25 gennaio

 

Il Comune di Monte Marenzo, collocato nella porzione centro-orientale della Provincia di Lecco, confina nella sua parte sud-orientale con il Comune di Cisano Bergamasco, in Provincia di Bergamo, mentre ad est, lungo il crinale del Monte S. Margherita, si pone a confine con il Comune di Torre de’ Busi; a nord è delimitato dal Comune di Calolziocorte ed a ovest dal Comune di Brivio. Il territorio comunale di Monte Marenzo, dalla conformazione prevalentemente collinare, è situato nell’alta Valle San Martino e si estende per 3,05 kmq. con un dislivello altimetrico sul livello del mare compreso tra i m. 630,2 della località Santa Margherita e i circa m. 200 della zona paludosa ubicata in frazione Levata. Sono ancora presenti, all’interno del perimetro del Comune, diverse aree occupate da prati e boschi, anche se l’attività agricola è ormai ridotta al minimo. Il Comune è territorialmente diviso in due aree con caratteristiche storiche-ambientali-sociali ed economiche tra loro differenti: il centro paese – “San Paolo” – nel quale si concentra una forte presenza residenziale e la frazione Levata dove, oltre ad alcuni nuclei abitativi, è presente una rilevante attività artigianale ed industriale. Il centro paese e la frazione Levata sono ancora collegati tra loro da un tratturo agricolo, percorribile unicamente da pedoni; attualmente l’effettivo collegamento viario tra le due zone avviene attraverso il comune di Calolziocorte su strade provinciali e statali. Monte Marenzo è attraversato dalla Strada Statale n. 639 dei laghi di Pusiano e di Garlate e dalla Linea Ferroviaria Lecco-Bergamo in località Levata. I principali corsi d’acqua presenti all’interno del territorio comunale sono i torrenti Carpine, Prisa, Bisone e Premagiò. A differenza delle tendenze nazionali e regionali, Monte Marenzo è stato interessato negli ultimi decenni da un forte incremento demografico, passando dai 723 residenti del 1951, ai 1199 del 1981, ai 1496 del 1991, sino ai 1944 del 31 settembre 2000. La popolazione è attualmente divisa in 693 nuclei familiari con una media di 2,8 persone per famiglia (dati anno 2000). Sono presenti una trentina di attività economiche di tipo industriale e circa ottanta di tipo artigianale (piccola e media impresa). Negli ultimi anni Monte Marenzo è stato interessato da una forte attività edilizia (nuove abitazioni, insediamenti artigianali ed industriali), che ha favorito l’incremento della popolazione sopra descritto e che, a sua volta, ha reso necessaria la realizzazione di numerose opere nel settore pubblico per la creazione ed il potenziamento di infrastrutture e servizi (nuova scuola elementare e biblioteca, adeguamento scuola materna, impianti sportivi, parcheggi, piazza con anfiteatro, rete fognaria e distribuzione acqua potabile). Il Comune è dotato di un ufficio postale, una biblioteca comunale, un centro diurno ed alloggi per anziani, due sportelli bancari, tre ambulatori medici, cinque esercizi pubblici di cui due ristoranti / pizzeria, una palazzina polifunzionale, due centri sportivi. Ricca è l’attività di volontariato svolta da numerose Associazioni che operano nell’ambito sociale, culturale e sportivo.

Di interesse storico-artistico sono le tre chiese esistenti, più in particolare: la chiesa parrocchiale di San Paolo, le cui origini sono del XII sec.; la chiesa di Sant’Alessandro, ricostruita ex novo nel 1836 sul luogo dove esisteva una chiesa risalente al XII sec.; l’oratorio di Santa Margherita risalente al XIII sec. ricco, al suo interno, di affreschi recentemente restaurati. Dal luglio del 1998 all’agosto del 2000 un’equipe di archeologi ha condotto tre campagne di scavi presso l’altura di S. Margherita, l’esito dei quali ha confermato la presenza di un deposito archeologico risalente ad un “sito fortificato”, databile tra il X e l’XI sec.

Numerose le frazioni del paese: Portola, Fornace, Butto Inferiore, Butto Superiore, Torre, Spaiano, S. Paolo, Capatina, Costa, Piudizzo, Prato Marzio, Colombara, Turni, Ceregallo, Ravanaro, Carobbio, Portico. Diverse sono le case in pietra, le corti e i portali esistenti nei nuclei di antica fondazione. All’interno del territorio di Monte Marenzo si possono individuare diverse zone panoramiche che si affacciano sull’Adda, sulla Brianza ed offrono incantevoli scorci sul lecchese e sul lago.

La festa patronale è il 25 gennaio – San Paolo. Altra ricorrenza tradizionale è la festa della Madonna del Rosario (prima domenica d’ottobre). Il 5 luglio si festeggia S. Margherita presso l’oratorio romanico sul colle omonimo. Dal 1999 il Comune si è dotato di un nuovo piano regolatore generale.

 La chiesa parrocchiale di San Paolo

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Appartenente anticamente alla pieve di Brivio, la chiesa è ricordata in un atto del 1187; era provvista di cappellania nel 1398 divenuta in seguito parrocchiale insieme con S. Michele di Torre de’ Busi. Nel 1435 ebbe titolo a sé e nel 1452 ne fu staccato San Gregorio. Venne allora ricostruita e consacrata nel 1494: aveva conformazione a capanna con arconi traversi, soffittatura e diversi altari. Il campanile a sud pare corrispondere all’attuale, poi sopralzato. Resti della vecchia chiesa si vedono verso oriente, inglobati nella ricostruzione dell’intero vano (avviata prima del 1776 su disegno di Romano Terzi di Ponte San Pietro), nelle forme del tardo barocchetto: due campatelle raccordate allo spazio della tazza centrale, presbiterio coperto da tazza ovoidale e coro semicircolare. Numerosi lavori dovevano proseguire e la data 1816 compare sul grazioso portico laterale; lesene, capitelli e cornici sembrano di gusto ottocentesco e al 1830 appartiene l’altar maggiore disegnato da Antonio Finazzi; il paliotto a medaglia marmorea è di Francesco Monti. Caratteristica della chiesa risulta la facciata dal coronamento mistilineo a vento e dal portico a serliana, dove si apre il portale rifatto nel 1850. Gli sfondi laterali hanno l’altare con la Statua della Madonna del Rosario scolpita da Luigi Carrara nel 1880 in sostituzione della bella Pala dell’Addolorata collocata nell’oratorietto corrispondente al vano della cosiddetta “Cappella dei morti”, la quale ha resti di decorazione esterna settecentesca. L’altare di San Carlo e del Crocifisso contiene un’altra pala del Settecento che mostra anche San Gerolamo con gli orfani. Di notevole interesse un quadro centinato di pieno Cinquecento con la Vergine, il Bambino e San Giovannino, mentre a Enea Salmeggia, detto il Talpino, si assegna la Tela del Rosario con i santi Bernardo, Domenico, Pietro martire e Margherita composti intorno a un piacevole brano di paesaggio; ricordando la data 1616 presente sulla sacrestia e l’esistenza di una cappella alla Vergine e Pietro martire datata nel 1596 dai Ginammi, la tela doveva essere la competente pala e risalire a quel tempo. La controfacciata reca fra stucchi una tela con l’Adorazione dei Magi, di impronta bassanesca, ma già data a Federico Ferrario, che invece compose i dipinti delle tazze, cioè la Predicazione di Paolo in Atene e la Gloria del patrono: questi e altri dipinti, peraltro molto danneggiati da infiltrazioni, vennero nel 1925 ampiamente rinnovati da Romeo Bonomelli. Le interessanti scene ai lati del presbiterio, Conversione e Martirio di Paolo, sono articolate e patetiche tele di Francesco Capella, del 1774-76 circa; resti dell’arredo del tempo anche due confessionali intagliati. Altri lavori lignei risultano di maestri locali, in particolare gli stalli del coro di Pietro Fontana del 1909 e la cantoria per l’organo Bossi del 1816, lavorata da Emesto Fontana nel 1921; il curioso piccolo pulpito fu scolpito finemente nel 1927 da Alessandro Gritti. Di Vittorio Mannini i singolari quadretti ricurvi posti sotto due statue di Sant’Antonio e San Paolo, forse antiche. Nel campanile si trova il Concerto delle cinque campane in Re, la cui prima fusione risale al 1894, vennero rifuse, dopo la donazione bellica, nel 1951. L’armonica costruzione è conclusa posteriomente da un corpo di interpretazione classica eretto per sacrestia e sepolcro nel 1911. La piazza dominante il paese con vecchi cipressi segna il camposanto di un tempo con la colonna settecentesca di arenaria su basamento lavorato.

 

La chiesetta di Sant’Alessandro

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Si credeva nel secolo passato che questa chiesetta fosse la più antica parrocchiale. La Parrocchia invece, almeno dalla metà del duecento, era posta in S.Paolo; però è probabile che questa di S.Alessandro fosse la prima delle fondazioni religiose del paese: ed è senz’altro molto antica, perché nel 1135 già esisteva in mezzo a campi di proprietà sia del monastero di Pontida, sia dei nobili di Villa d’Adda. La chiesa è dedicata, contrariamente a quanto si crede, non a S. Alessandro martire patrono di Bergamo, ma a Sant’Alessandro I papa e martire, romano, che nel 105 divenne il quinto successore di Pietro. Morì nel 115 e la tradizione lo vuole martire. Viene festeggiato il 3 di maggio. Nella stessa data, a Monte Marenzo veniva festeggiata la ricorrenza del “ritrovamento della croce”. Oggi la chiesa si vede nella sua forma ottocentesca, probabilmente del 1836, data che si legge sulla campanella della torre, anche se venne probabilmente ingrandita nei restauri del 1858-1860. Neoclassica è infatti la facciata molto semplice, come pure l’interno formato da una tazza circolare sorretta da pilastri; ottocentesco è anche il dipinto del presbiterio dove il pittore Scuri ha rappresentato la Vergine in trono con vari santi, tra cui l’effigie di un Papa, che supponiamo sia sant’Alessandro. La chiesa però mostra anche i segni di precedenti lavori, per esempio nel vano laterale o sacristia secentesca, in resti di portali e finestre nel presbiterio, e nel portale d’ingresso in arenaria, che certamente appartiene ai primi decenni del Seicento, anche se modificato in seguito. Sappiamo che nel 1640 la chiesetta era stata restaurata, utilizzando i beni che erano stati lasciati dai fratelli Antonio, Giovanni Battista e Gerolamo Cattaneo di Turni, che erano figli di Andrea e che nel 1630, in occasione della grande peste, avevano fatto voto di sistemare l’edificio a memoria del loro nonno Alessandro; fu forse anche innalzato un campanile e lavori di intonacatura erano stati fatti poco prima del 1742. La chiesa infatti, prima del 1630, era in cattive condizioni e perciò non vi si poteva celebrare. Nel 1566 S. Carlo la trovò aperta e senza messe; ancora nel 1610 il piccolo ambiente all’incirca quadrato di 14 cubiti per lato (metri 6 circa) non aveva campanile, le porte restavano spalancate, e serviva ai contadini per riporvi le messi, anche se la cappella maggiore era stata da poco reintonacata. La descrizione d’allora ne conferma l’antichità sia per l’irregolarità del fabbricato, che per le vecchie figure di santi che apparivano qua e là, e per il disastrato tetto di legno con piode; era pure circondata da un vecchio cimitero con varie piante di gelsi. Fra le figure di santi, che sono affrescate dietro l’altare, si osservano quelle rispondenti ai nomi di battesimo dei Cattaneo sopra ricordati.

 

 

Il sacello di Santa Margherita

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Cenni sulla fondazione Circa le origini degli insediamenti ecclesiastici nel territorio di Monte Marenzo non vi sono elementi di certezza e anche il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani non fornisce elementi utili per inquadrare l’attività edificatoria di Santa Margherita. (1) È tuttavia accreditata la tesi che individua nella titolazione del sacello un importante indizio per collocarne la fondazione sul finire del XIII secolo. Tale datazione concorda con le tecniche edificatorie adottate e con le semplici caratteristiche architettoniche del manufatto che sono determinate dalla composizione di una navatella orientata ad est e di una absidiola a pianta semicircolare. Si tratta di una tesi peraltro conciliabile con gli studi ad oggi compiuti sul vasto ciclo pittorico presente all’interno che ne datano l’esecuzione in un periodo compreso tra il XIV e XV secolo. Due paiono le ragioni possibili e suffragate cui legare l’eccentrica collocazione dell’edificio sacro rispetto al centro abitato. L’una è la presenza di un elemento militare, come testimoniano stampe relative al territorio bergamasco e alle sue roccaforti, in cui al toponimo S. Margherita è affiancato il simbolo di una torre.(2) L’altra è la dedicazione dei rilievi collinari di Monte Marenzo a S. Margherita quale permanenza di culti radicati nelle pratiche di vita locali. Ne dà testimonianza un disegno a penna del secolo XVI in cui è raffigurato il Vicariato di Caprino (3) con precisa indicazione della dedicazione dei monti a S.ta Margaritta. Tuttavia nel documento non è data indicazione alcuna circa la presenza di manufatti. Complessivamente sono identificabili cinque fasi architettoniche distinte: la fondazione e i successivi restauri del 1742, del 1879, del 1939 e del 1983. (4) Il 1787 segna la vicenda della chiesa con il passaggio, unitamente alla Parrocchia di S. Paolo, dalla diocesi di Milano alla diocesi di Bergamo. Il lento processo di trasformazione della chiesa nei secoli La consistenza attuale di Santa Margherita è esito di un lungo processo di trasformazione in cui le fasi di intervento si sono avvicendate con periodi di abbandono. La documentazione acquisita ha dimostrato la persistenza di un uso occasionale del manufatto in coincidenza alla celebrazione di funzioni religiose per la festività della Santa. I primi interventi documentati successivi alla fondazione risalgono al 1740, quando vengono commissionate opere di sistemazione del manufatto da parte della famiglia Mangili di Portola, frazione del comune di Monte Marenzo. Ne è una riprova la nota della visita vicariale del 1742. “L’altro oratorio, intitolato a S. Margherita Vergine e Martire, il quale è di certo più antico [di quello di S. Alessandro Papa e Martire istituito nel 1630] osservando la struttura e le immagini affrescate. Non so per quale motivo fu edificato in questo luogo montuoso e silvestre. Due anni fa, a causa della devozione e della pietas di Giovanni Battista e Antonio Mangili di Portola, cominciò ad essere restaurato e a disporre di suppellettili per la celebrazione della Messa, le quali sono custodite nell’armadio dei suddetti signori.” (5) Segue un periodo di progressiva decadenza. Nel 1858 il Vicario Gianfranco D. Girolamo Cattaneo (6) nella propria relazione della visita pastorale annovera tra i beni parrocchiali l’oratorio di S. Margherita sottolineando unicamente come sia “posto in un luogo deserto e quasi abbandonato.” All’epoca lo stato di conservazione del manufatto è compromesso. Ne è una conferma il testo della relazione compilata nel 1861 dal Parroco Don Pio Agnati: “oltre a questo oratorio [S. Alessandro], esiste posta sopra un colle a fianco del paese, una piccola chiesa dedicata a S. Margherita, in cattivo stato di conservazione e con affreschi antichissimi, e dove non si celebra che una messa all’anno il giorno della Santa.” (7) Questa condizione perdura sino al 1879, data in cui vengono compiuti interventi di restauro non documentati. Verosimilmente sono da imputare a questa terza fase la chiusura di una monofora nell’abside e l’apertura di due finestre in facciata. Nel Novecento i documenti riferiscono di nuovo peggioramento delle condizioni di conservazione anche se non vi è traccia di un’interruzione delle celebrazioni annuali. (8) Nel 1939, così come è dichiarato sulla facciata del monumento, viene compiuto un nuovo intervento cui è imputabile il rifacimento del tetto. L’ultimo e quinto ciclo di interventi radicali sul manufatto ha inizio nel 1983. Si tratta di un intervento controverso e a cui corrispondono cospicue modificazioni dell’esistente (9) quali: il rifacimento del tetto, l’eliminazione dell’intonaco esterno, il rifacimento della pavimentazione interna ed esterna e interventi minori sugli elementi lignei delle aperture e delle luci.

Note

(1)  Si vedano in proposito le pubblicazioni di Oleg Zastrow, dedicate all’architettura e alla pittura gotica del territorio lecchese. (2) Tesi avallata dagli esiti delle recenti attività di scavo coordinate del Prof. Brogiolo. (3) Archivio Storico Diocesano di Milano, Pieve di Brivio (1569-1670), Volume VII, Q 1° [1566-1567], sec. (XVIXVII), “Note sui legati e carteggio vario riguardante la parrocchia di Caprino”. (4) Queste brevi note costituiscono il compendio di un più ampio lavoro di ricerca che ha accompagnato l’elaborazione di un progetto di conservazione per il sacello di S. Margherita nell’anno 1993. La lettura ha privilegiato quindi gli aspetti e gli interventi che hanno concorso alla determinazione della consistenza fisica attuale del monumento. (5) Archivio Storico Diocesano di Milano, Pieve di Brivio (1569-1670), Volume VII, Q 3°, 1742, “Visita Vicariale corredata da note statistiche ed amministrative, elenchi allegati dei beni immobili inventariati, delle suppellettili, stati del clero e numero delle anime.” (6) Archivio Storico Curia di Bergamo, “Relazione della visita praticata alla Parrocchia di S. Paolo, anime n. 500, Vicaria di Caprino dal M.R. Vicario Gianfranco D. Girolamo Cattaneo”, 26 febbraio 1858. Nello stesso documento viene segnalata la presenza di un altare antico. (7) Archivio Curia di Bergamo, “Relazione della Parrocchia di S. Paolo, compilata dal Parroco Don pio Agnati l’anno 1861, per servire di risposta ai quesiti stati spediti dalla Curia Vescovile di Bergamo in occasione della prossima Visita Pastorale”, anno 1861. (8) “Quello [oratorio] di S. Margherita Regina è molto diroccato, e vi si celebra la messa una volta solo in tutto l’anno il dì della Santa. È distante dalla Parrocchia due ore e si trova in cima a una montagna, isolata; quindi quando si dice la S. Messa tutto si porta, perché sprovvista del tutto di ogni arredo”. Archivio Curia di Bergamo, “Parrocchia di Monte Marenzo. Risposta al questionario per la visita pastorale”, 30 marzo 1906. (9) Una lettura critica dell’intero processo porta a segnalare con rammarico il tardivo intervento degli organi deputati alla tutela dei monumenti nel corso degli anni Ottanta.

Santa Margherita. Gli affreschi (sec. XIV-XV)  

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L’oratorio di Santa Margherita racchiude un repertorio di pitture che Oleg Zastrow segnala nel 1990 come di eccezionale interesse, definendo il ciclo di affreschi delle Storie di Santa Margherita come tra i più pregevoli del Trecento lombardo. Le puntuali analisi di Laura Polo D’Ambrosio del 1996, successive ai restauri (2) del 1992 (Allegretti) e del 1994 (Suardi), riconducono i dipinti alla cultura figurativa bergamasca a cavallo tra XIV e XV secolo. Seguiamo i due studiosi per esaminare da vicino l’interno della chiesetta. La superficie affrescata, oggi completamente restaurata, ci appare tuttavia frammentaria, in seguito a furti e degrado, rispetto all’originale, che doveva interamente ricoprire le pareti della piccola navata, l’abside (la zona dietro l’altare) e la controfacciata (l’interno della parete d’entrata), in origine priva delle attuali finestre. La decorazione pittorica appare costituita da tre unità tematiche:

1) nell’abside la Majestas Domini della parte superiore (catino); i riquardi con la Trinità e altri soggetti della parte inferiore (semitamburo absidale); la decorazione che incornicia l’abside (arco trionfale);

2) i grandi affreschi votivi della parete nord (a sinistra dell’entrata principale);

3) i riquadri con gli episodi della vita di Santa Margherita sulla parete sud (a destra dell’entrata) e sulla controfacciata.

 

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Gli artisti esecutori, non necessariamente uno diverso per ogni unità tematica, sono ignoti ed operano in momenti distinti benché molto ravvicinati. È possibile tuttavia supporre un unico Maestro per le Storie di Santa Margherita ed i riquadri del registro inferiore dell’abside (stesse dimensioni e bordure, ma soprattutto stringente somiglianza della martire Caterina con la Santa), così come per il Vir dolorum (Cristo nell’avello) della parete nord. Forse un’unica mano, certo una analogia di esecuzione, si può rilevare in altri casi (come tra il volto di Cristo nella mandorla dell’abside ed i volti della Trinità, comunque successivi). Ad una fase posteriore ed unitaria, sembrano poi appartenere le figure di Santi del lato nord ed i resti di quelle sull’arco trionfale (forse una Annunciazione). Il frescante del ciclo di Santa Margherita racconta, con tono pacato e sostanzialmente profano, gli episodi relativi alla Santa e mostra una certa eleganza pittorica, nel disporre sulla superficie i sottili tratti bianchi delle lumeggiature che, realizzati quasi in punta di pennello, fanno luccicare le perle, impreziosiscono gli orli degli abiti, rendono trasparenti i veli, danno forma alle architetture e punteggiano di fiori i prati. La sua tecnica pittorica, sebbene più semplificata e corsiva, non si discosta molto da quella dei cicli affrescati lombardi di fine Trecento, per l’impiego di delicate tinte di colore trasparente e velato. È possibile ipotizzare che la bottega del “Maestro delle storie di Santa Margherita” fosse attiva a Monte Marenzo ad una data non lontana dal 1400. Una sequenza di immagini fotografiche effettuata nel 1947 permette di decifrare taluni particolari delle pitture che oggi risultano cancellati (vi sono poi interi riquadri, in particolare sulla parete settentrionale, dei quali non resta praticamente più alcuna traccia) e rende possibile conoscere lo stato, all’epoca, e il soggetto di una coppia di pregevoli specchiature pittoriche che costituivano i primi due episodi del ciclo con le Storie di Santa Margherita e che furono abusivamente staccati dal muro della chiesa da ignoti nel 1974.

 

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