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Amati alla follia

A cena con Gabriella Zaina, amica e medico veterinario. La chiacchiera scivola inevitabilmente sui pazienti di cui si prende cura, in particolare i “migliori amici dell’uomo”: cani e gatti.

Le sue argomentazioni svelano un mondo a me sconosciuto, senza le quali avrei continuato a guardare le persone con cane al guinzaglio come rassicurante conferma di un antichissimo e innocuo sodalizio tra specie diverse. Invece mi racconta come la volontà di selezionare razze sempre più rispondenti a canoni estetici, o caratteriali, capaci di soddisfare i gusti di noi umani, nonché un business enorme in gioco, stanno provocando mutamenti genetici nei nostri compagni a quattro zampe, per alcuni versi devastanti. L’amore per ottenere una assoluta (e impossibile) perfezione sfocia, appunto, in pratiche insane.

Ho chiesto a Gabriella di illustrare brevemente la questione ai lettori di UPper.

L’interrogativo che dobbiamo porci, e al quale dare risposte, è: stiamo assistendo ad un miglioramento della razza o ad un  “maltrattamento genetico”?

Dall’antichità l’uomo ha modificato con selezioni genetiche le caratteristiche di moltissime  specie animali e vegetali, per meglio utilizzare secondo le proprie necessità alcune caratteristiche ed attitudini tipiche della specie, o per ottenere soggetti esteticamente belli e apprezzati.

Negli animali sono così state create razze che spesso sono molto diverse dal progenitore.

Pensiamo ai cani: dal primordiale Canis lupus familiaris simile al lupo, la cui domesticazione risale a 15-20.000 anni fa, alle infinite razze ora esistenti, diverse sia come morfologia che come attitudini.

Le prime selezioni sono da ricondurre agli egizi 5.000 anni fa, che avevano selezionato cani veloci per la caccia alle gazzelle (tipo levrieri), o segugi pesanti, oppure cani di piccola taglia più adatti ad altri usi. Gli assiri avevano selezionato cani massicci (molossi) adatti alle cacce di grandi carnivori.

Circa 200 anni fa, con la nascita dei libri genealogici, si sono fissate le prime caratteristiche standard per ogni razza, individuando taglia, tipo e colore del mantello, portamento coda, colore occhi, qualità di temperamento ed altro, sulla cui base il cane veniva o meno ritenuto idoneo a far parte di quella razza. L’allevamento diventa disgiunto dalle attività ausiliarie, teso com’è alla ricerca di particolarità morfologiche e a volte anomale, che diventano il marchio di qualità di un allevatore e simbolo di rarità e di prestigio sociale.

Gli standard di razza stilati da cinofili guardano più all’aspetto estetico che al fitness biologico del soggetto (attitudine funzionale, capacità fisica, integrità riproduttiva, resistenza alle malattie e non predisposizione a manifestarle).

Per ottenere soggetti sempre più vicini a questi modelli, si è utilizzata molto la consanguineità tra i primi soggetti iscritti per ottenere il maggior numero di cuccioli rispondenti allo standard.

Se questo, all’inizio, ha significato maggior prevedibilità delle caratteristiche fisiche, attitudinali e comportamentali dei cuccioli di razza “pura”, negli ultimi 50 anni si assiste ad una spinta selettiva notevole dettata dall’enorme importanza, anche economica, che vengono ad assumere esposizioni e concorsi che tendono a creare il “campione”, spesso con caratteristiche molto tipiche, che diventerà anche il riproduttore di eccellenza. Questo comporta inoltre che attualmente tutti i soggetti di una razza si possono far risalire a 3-4 parents comuni, riducendo così moltissimo la variabilità del patrimonio genetico.

Già nel ’67, in un congresso della Società mondiale di Veterinari dei Piccoli Animali (WASVA), era stata segnalata la presenza di aberrazioni estetiche perseguite come standard di bellezza in alcune razze canine, tipo bulldog, carlini e altri brachicefali; esasperazioni che hanno causato danni gravi alle funzioni respiratorie dei soggetti, oltre ad ottenere soggetti portatori di patologie croniche che possono arrivare a vere emergenze respiratorie. Altri esempi sono l’eccessivo nanismo dei bassotti, associato ad una colonna molto allungata che li predispone a patologie tipiche della colonna vertebrale (ernie del disco), tali da determinare paresi. Così come è statisticamente provata la minore durata della vita dei Bovari del Bernese, displasie articolari o predisposizione a sviluppare particolari tipi di neoplasie. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

E’ stato coniato il termine di “maltrattamento genetico“ per definire questo tipo di disinteresse volontario, o involontario, delle caratteristiche importantissime per la qualità della vita e per il benessere animale, privilegiando tratti morfologici secondari piuttosto che evitare fenomeni degenerativi fisici e comportamentali.

Tutto quanto detto per i cani può essere, anche se in misura minore, riportato alla selezione delle razze di gatti, sempre più “ipertipici” a scapito della loro salute (reni policistici, difetti metabolici, sordità e quant’altro).

Altro argomento su cui si potrebbe parlare a lungo sono  le specie da reddito (bovini, ovini, cavalli, suini,avicoli). Molti allevatori e associazioni di razza stanno prendendo coscienza di questi gravi problemi e stanno cercando di lavorare con la collaborazione di Medici Veterinari genetisti e comportamentalisti, Enti cinofili, per migliorare realmente le razze e soprattutto per modificare i famosi standard di razza, in modo che siano sì specifici, ma che non avvallino le aberrazioni che rendono la vita di questi nostri compagni difficile, o impossibile.

 

Gabriella Zaina, medico veterinario in Calolziocorte.

3 pensieri su “Amati alla follia”

  1. Le riflessioni nell’articolo non vogliono essere un’accusa alla selezione delle razze delle diverse specie che ha permesso di esaltare e valorizzare qualità estetiche attitudinali o comportamentali che hanno portato anche notevoli benefici, ma piuttosto una visione di come a volte questa selezione sia spinta verso obiettivi che poco tengono conto del benessere dell’animale .

  2. mi domando: ma perchè noi uomini siamo sempre attratti dalla razza pura, dal pedigree, non solo negli uomini, con la contrapposizione delle etnie, ma anche nei cani, nei gatti, nei fiori, negli ortaggi, nei cereali? Fino ad arrivare adesso alla follia di voler impedire l’uso libero di sementi autoprodotte: biodiversità è la risposta della vita. Le selezioni portano solo a deviazioni e problematiche

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