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“Giorni rubati”

Ieri, 28 aprile, era la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro.

La nostra amica e socia Luciana ci ha invitato ad assistere ad uno spettacolo a San Donato Milanese, dove lavora. Ne aveva parlato diffusamente 2 anni fa, ancora un 28 aprile, quando vide lo spettacolo per la prima volta e ne aveva scritto con un articolo appassionato che vi invito nuovamente a leggere o a rileggere.

http://www.unpaeseperstarbene.it/2012/lavorare-e-un-mestiere-pericoloso-28-aprile-giornata-mondiale-per-la-salute-e-la-sicurezza-sul-lavoro/

Sì, perché non si parla e si legge mai abbastanza di sicurezza sul lavoro. Luciana dava alcune cifre due anni fa. Siamo nel 2014 e purtroppo il bilancio è ancora una volta negativo. Secondo l’osservatorio indipendente di Bologna, i morti sul luogo di lavoro in Italia dall’inizio dell’anno 2014 al 23 aprile, giorno in cui lo stesso osservatorio inizia uno sciopero di protesta, sono 169: circa il 20 % in più dello stesso giorno del 2013.

E potrei andare avanti elencando dati, cifre, situazioni, nomi. Sì nomi, perché dietro ad ogni numero ci sono donne e uomini, lavoratori che escono di casa per andare a lavoro e non vi fanno più ritorno.

Senza contare (ma sono un numero impressionante) gli incidenti con feriti, anche molto gravi, come la storia, vera, raccontata nello spettacolo “Giorni rubati” della Compagnia Rosso Levante, ancora una volta patrocinato dalla Fondazione LHS (Leadership in Health and Safety) e dal Comune di San Donato Milanese.

Intanto ringrazio Luciana che ha permesso ad altri 4 amici di UPper di assistere allo spettacolo (avevamo lanciato qualche giorno fa l’invito a prenotarsi).

“Giorni rubati” è la storia di Gianmarco Mereu (il protagonista che ha scritto l’idea iniziale e i testi) con la regia di Silvia Cattoi e Juri Piroddi, messa in scena con le musiche eseguite dal vivo da Simone Pistis.

Uno spettacolo per nulla “pesante”, anzi a volte è l’ironia la cifra narrativa per descrivere la trafila burocratica che ti mette in comunicazione con la galassia che compone la sanità nazionale, strappa risate al pubblico che si riconosce burattino quando, per sorte avversa, viene a trovarsi nelle mani di infermieri e medici, tra cui, come in tutte le categorie del resto, ci sono autentici angeli e altrettanto patentati cialtroni. Ma il cialtrone è capace di farti molto più male quando ti trovi in condizione di disagio estremo, quando la domanda di salute, di guarigione, tocca punte di drammaticità estrema: “camminerò ancora, dottore?”

All’inizio Mereu in camicia bianca e cravatta si presenta dietro uno schermo di legno e, esibendo un accento napoletano impeccabile duetta con l’infermiera sempre sorridente, tutta vestita di bianco.

Poi inizia a levarsi cravatta e camicia, l’infermiera , che ha smesso di sorridere, porta in scena una carrozzella , leva il sipario di legno e Giamnmarco rimane praticamente nudo, coperto solo da un pannolone, seduto sull’attrezzo che gli rende la mobilità e mostra in alto il chiodo di titanio che gli hanno impiantato nella schiena, che dovrebbero essere eterni ma se ne sono già rotti due e si è dovuto rioperare.

Da lì inizierà a mostrarci cosa è capace di fare un “invalido”: un piede alla volta, una gamba alla volta, si issa su di un lettino rigido, e si riveste, calze, maglietta, blu jeans, e si rimette in carrozzella a raccontarci la storia che in parte sapete che è solo l’inizio di quei “Giorni rubati” con cui è intitolato lo spettacolo.

Spettacolo non pesante ma che ha momenti di poesia pura, di levità, come la piuma che rimbalza dai fiati di Piroddi e di Mereu che le danno anima, traendola dalla loro che si mischia nel soffio.

E’ del 2006 l’incidente di Gianmarco Mereu, un giorno di novembre, “di quegli strani novembri caldi che nascondono l’inverno. Lavoravo nella zona industriale di Tortolì.” Non sta facendo una conferenza stampa Gianmarco, occupa il proscenio e sta “recitando” un copione che è la storia dell’incidente che l’ha inchiodato su una sedia a rotelle.

Inchiodato si fa per dire che lui, con quella carrozzella, ci scorazza in lungo e in largo. Balla addirittura al suono della chitarra, della fisarmonica e l’armonica a bocca. Con gli altri attori che gli fanno corona nello spettacolo alla fine cantano una canzone di De Andrè: “Quello che non ho” è una camicia bianca/ quello che non ho è un segreto in banca/ quello che non ho sono le tue pistole/ per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.” Quello che Gianmarco non ha più è il corretto uso del corpo dalla cintola in giù, quando il cancello del cantiere dove lavorava gli è piombato addosso coi suoi seicento chili di peso aveva 37 anni, una moglie e due figli piccoli, un lavoro di gruista, ed era notte fonda, a Tortolì. E’ lui che riesce a chiamare il 118 col telefonino, a guidare l’ambulanza che non riesce a trovarlo subito, visto che in quella zona industriale le strade sono senza nome.

Silvia Cattoi ha scritto sul sito della Compagnia: “Io avrei voluto che lo spettacolo si intitolasse Ogni giorno perché è bello pensare alla felicità in questi termini. Ma anche perché ogni giorno, purtroppo, ci sono tanti incidenti sul lavoro”. Gianmarco, come nella canzone di De Andrè, non ha tante cose, ma quello che ha, tutti i giorni, è la felicità. Cosi sono le sue ultime parole dello spettacolo.

Un pensiero su ““Giorni rubati””

  1. grazie luciana per l’invito,spettacolo molto emozionante e attuale…purtroppo,che bello sarabbe rivederlo in un teatro nel ns territorio.

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