Ci sono sempre piaciuti gli ulivi, la loro forma, il tronco contorto e possente, le sue foglie argentee che cambiano colore quando si muovono sotto i raggi del sole.

Sia i popoli orientali che quelli europei hanno sempre considerato questa pianta un simbolo della pace.

I greci antichi consideravano l’ulivo una pianta sacra e la usavano per fare delle corone con cui cingevano gli atleti vincitori delle olimpiadi.

Per gli Ebrei l’ulivo era simbolo della giustizia e della sapienza. Dopo il diluvio universale la colomba tornò portando un ramoscello d’ulivo che da allora diventò il simbolo della rigenerazione e della riconciliazione di Dio con gli uomini.

La simbologia dell’ulivo è nei Vangeli: Gesù fu ricevuto calorosamente dalla folla che agitava foglie di palma e ramoscelli d’ulivo; nell’Orto degli Ulivi egli trascorse le ultime ore prima della Passione.

Anche per i mussulmani questa pianta ha un valore particolare, ne parla Maometto nel Corano, la luce di Dio è come quella di una lampada accesa grazie a un albero benedetto, l’ulivo.

Nei giorni scorsi ci ha colpito un’immagine. Quattro persone che con la pala in mano spostano terra per mettere a dimora un ulivo nei Giardini Vaticani, il centro del Cattolicesimo Cristiano.

I quattro sono: Papa Francesco, il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, riuniti per iniziativa del Pontefice per una storica invocazione comune di pace delle tre religioni monoteistiche e dei più alti rappresentanti dei due popoli in conflitto.

Ci piace pensare che questo gesto sia l’inizio di un processo irreversibile di pace e che, fra non molti anni, coloro che passeranno vicino a quel luogo potranno dire che proprio quell’ulivo ha portato la pace a Gerusalemme, in Medio Oriente, in tutto il mondo.

Shalom, salàam, paz, pace…

 

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