Se la vita umana fosse quotata in borsa assisteremmo ad un crollo verticale del suo valore. Non che in epoche precedenti avesse una stima prossima all’incommensurabile, ma le notizie di morti violente ci pervenivano diluite, dove il tempo lento e le distanze favorivano l’elaborazione collettiva del lutto. Non irrompevano nel nostro quotidiano ad un ritmo insopportabile come ora.

Fatico a reggere il getto continuo delle news, sempre le stesse ripetute compulsivamente ogni quarto d’ora, senza fare alcuna distinzione di senso tra il mio vicino di casa che ammazza la sua donna e le stragi prodotte dai conflitti che serpeggiano nel mondo.

Il responsabile di un crimine non è l’informazione, bensì il suo esecutore materiale e, in diversa misura, l’eventuale mandante.

Un’informazione, un flusso comunicativo survoltati, possono comunque determinare conseguenze laceranti sui corpi e la psiche anche di quanti non sono direttamente coinvolti in eventi tragici.

E’ una vera e propria malattia, con una capacità di contagio pari all’influenza e una morbilità più frequente del cancro. Come si manifesta? Monta l’inquietudine ad attraversare una piazza affollata o salire su di un treno. Rende guardinghi e sospettosi verso ogni persona o cosa non ben conosciute. Fa tirar diritti per la propria strada e rende indolore il dolore degli altri, anzi, per questi ultimi si prova fastidio e nausea.

Se i sintomi sono questi, la diagnosi è fatale: si è già morti. Senza essere stati sfiorati da lama o da tritolo.

Quando una persona se ne va è un mondo intero che ci viene sottratto. E’ una affermazione bellissima (non mia, purtroppo).

In una persona, in ogni persona, sono stipate una quantità di storie, di stati d’animo, di saperi, di valori, di disvalori, di conquiste etiche, di abissi e oscurità, da rappresentare in un singolo essere la complessità del mondo.

Diffondere la consapevolezza di questo farebbe salire a livelli vertiginosi le quotazioni della vita umana, l’unico titolo sul quale vale la pena puntare.

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