La scorsa estate abbiamo pubblicato un articolo dei lavori in corso al Monastero del Lavello e le illustrazioni murali di Miriam Ravasio. 

A lavori terminati, e inaugurazione avvenuta ad ottobre, durante le iniziative per la festa del Lavello, Miriam Ravasio pubblica sulla sua pagina Facebook la relazione con la “Vita e storia dei Servi di Maria”. La ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione alla pubblicazione sul nostro sito. Le foto sono del team che ha collaborato con Miriam, tra cui Sandro Airoldi, aiutante di campo.

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Vita e storia dei Servi di Maria (metri 21 x 1,30) eseguito per INTERREG Italia-Svizzera, progetto VOCATE. Durante le vacanze di Natale è mia intenzione confezionare un breve video per youtube, per ora ecco un po di foto in ordine di percorso, dalla Pace di Lodi al 1630, anno della peste e dell’eclissi. Per gli interessati ecco qui la relazione redatta a fine lavoro.
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RELAZIONE COMMENTO AL MURAL

La tradizione dei murales nasce in America Latina, più precisamente in Messico, dove nei primi del Novecento prende vita il movimento artistico del Muralismo. Si tratta di dipingere scene d’ispirazione social-popolare, spesso con intenti politici, su muri e facciate di edifici, generalmente in luoghi aperti. In Europa, soprattutto in Italia, questo modo di raccontare con immediatezza e semplicità (spontanea o appositamente studiata) fu introdotta dai profughi cileni, i quali importarono l’esperienza delle Brigate Muraliste. Da allora ad oggi, dopo le novità introdotte dalla Street Art e dall’uso di nuove tecniche e nuovi materiali, con il termine mural si indicano cose diverse: pitture estemporanee di denuncia eseguite anche a più mani, decorazioni d’effetto ambientale, vere e proprie opere d’artista o, come nel nostro caso, illustrazioni volte a raccontare scene di vita e di lavoro, accanto a episodi storici accaduti nello stesso luogo dove la pittura muraria viene realizzata.

VITA E STORIA DEI SERVI DI MARIA AL CONVENTO DEL LAVELLO, illustrazione murale di Miriam Ravasio e team

Su un muro composto da pannelli di fibrocemento (lunghezza: 21 metri, altezza: 1,20 metri) si snoda un percorso narrativo tratto da diversi testi pubblicati dalla Fondazione e curati dagli storici del territorio, e da libri e documenti visionati in rete. Nasce così una graphic novel da parete, realizzata con idropitture al quarzo e bombolette spray: un insieme di figure, simboli, personaggi e citazioni per un racconto emozionale e popolare come le affabulazioni rappresentate al Lavello e organizzate nelle tradizionali ricorrenze dal Centro Culturale.
La storia del luogo è complessa, e la prima notizia certa risale al 1014, quando l’Imperatore Enrico II concesse alla Basilica di S. Alessandro in Bergamo la proprietà del Lavello. Seguirono duecento anni di relativa pace e tranquillità, interrotti da un periodo buio di degrado e distruzione, causato da guerre ed esondazioni dell’Adda. Ed è qui, in un luogo semi deserto e abbandonato, fra rovine e campi incolti, che ha inizio l’immaginifico racconto dei Servi di Maria e del Convento del Lavello.

La pace di Lodi, firmata il 9 aprile 1454, pose fine allo scontro fra Venezia e Milano e, garantendo all’Italia quasi mezzo secolo di coesistenza pacifica, favorì il rifiorire delle città liberando entusiasmo mistico, creativo e imprenditoriale, che poco più tardi sbocciò nel Rinascimento delle Arti. In ogni territorio sorsero monasteri, conventi e nuovi cantieri, insieme alla promozione di lavoro sicuro per molteplici categorie sociali: dalle maestranze ai falegnami, operai, carpentieri e muratori, passando dalle botteghe di architetti e pittori, con grande contributo dei cosiddetti Imaigiers, i fabbricanti d’immagini erranti. Solo nel nostro territorio i nuovi conventi, sostenuti dal milanese, furono ben quattro: gli Agostiniani ad Olginate (1472) e i Francescani a Lecco (1474), al Monte Barro (1480) e a Galbiate (1490). Da parte della Serenissima s’incentivarono invece le Confraternite, la Fondazione di Gruppi laicali e terzi ordini religiosi – tra cui quello dei Servi di Maria – preposti alla cura della popolazione, all’edificazione e al restauro.

A contendersi l’egemonia economica, religiosa e culturale del Nord Italia sono dunque tre grandi potenze: Milano con la forza della Chiesa Ambrosiana, la Serenissima Repubblica di Venezia che da secoli domina il commercio, e Firenze con le banche e l’Accademia neoplatonica di Marsilio Ficino.

Il 25 aprile del 1480 fa la sua comparsa al Lavello “l’Heremitto Jacomino”. Da un documento del 1596 si legge: “et andò lui, e certi lavoranti per fare un poco di fondamento alla detta chiesa, et lì trovarono un corpo morto e desfatto, e sotto quello gli apparse una fontana la qual cominciò a fare miracoli, et gratie, mediante la gratia de Dio, et della sua Madre Vergine Maria” (inserire eventualmente la pagina del libro da cui è tratta la citazione).
L’arrivo di Giacomino, il trambusto per il corpo ritrovato e lo zampillo della fonte destarono forte curiosità fra i pochi abitanti della zona, i quali furono testimoni di un vero e proprio miracolo. Un bambino di otto anni, Martino, infermo e paralizzato dalla nascita, venne lavato dalla madre con l’acqua sgorgata dalla fonte prodigiosa e guarì all’istante. Il miracolo fu attribuito alla Beata Vergine Maria, di cui (forse) Giacomino aveva già con sé l’immagine sacra necessaria alla devozione. Pur senza alcuna certezza a riguardo, occorre tuttavia ricordare che in una lettera del Vicario Generale dell’Arcivescovo di Milano indirizzata al prevosto di Olginate, nel marzo del 1584, si fa cenno a un’immagine devozionale protetta da antine di vetro, piccola e trasportabile…proprio come un’icona. Per questo motivo, nella rappresentazione grafica si è deciso di affidare a Giacomino una tavola, nascosta sotto il mantello. Egli, come un nuovo Mosè, batte la sua verga, da cui spunta un germoglio di foglioline: che la morte sia rinascita! La figura con il manto rosso è volutamente ispirata ad un’opera di Lorenzo Lotto (La caduta dei Titani), una citazione volta a rendere omaggio ad un maestro che influenzò artisti e pittori in tutta Italia e non solo, operando per molto tempo anche nel territorio bergamasco.

L’eco del miracolo si propagò anche nel milanese e, da misera zona di confine, il Lavello divenne centro d’attrazione primaria, ripopolandosi in poco tempo di contadini e pescatori. Per agevolare l’afflusso dei pellegrini venne realizzata anche una seconda vasca, contenente acqua per gli infermi, con cui lavarsi e dissetarsi.

I Servi di Maria arrivarono ufficialmente nel 1490, ma in taluni documenti si fa memoria della presenza di alcuni di loro già nel 1486, stando alle testimonianze di Benaglio, Signore di Calolzio e della Val San Martino, e della famiglia Rota. I Servi giunsero da Bergamo su mandato della Serenissima, intenzionata a porre un presidio su questa delicata e importante zona di confine.
L’ordine fu fondato a Firenze il 15 agosto 1233 da sette mercanti “della lana” ritiratisi a vita comune di penitenza e preghiera sul Monte Senario, che abbandonarono dopo qualche anno per fondare nuove comunità, da loro chiamate Province Religiose. L’espansione dell’Ordine fu piuttosto rapida, prima in Toscana e in Umbria, poi in Emilia e in Germania. Il rapporto con la Chiesa e il papato fu sempre altalenante e contrastato, tanto che nel 1274, per una disposizione del concilio lateranense, l’Ordine rischia la soppressione. Solo nel 1304, con la bolla Dum Levamus, papa Benedetto XI approva la regola dei Servi di Maria e, dopo quella data, pur con il “ritorno morale” al Monte Senario e la separazione di un ramo dell’Ordine, i convertiti si moltiplicano a dismisura, arrivando a contare, sul finire del 1400, ben 170 conventi , 1200 frati e un primo monastero anche in Spagna.
Come si spiega tanto successo?
Nel XIV secolo era conosciuta e divulgata come opera “degna di essere letta” una leggenda ove si racconta che fu la stessa Beata Vergine Maria a fondare l’Ordine, dopo aver cercato sette illuminati cui affidare il compito di vegliare con pietà sugli uomini, ricercare i giusti e proteggere una futura luce. La legenda de origine Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae è un manoscritto conservato nell’Archivio Generale dell’Ordine dei Servi a Roma, il cui testo sarebbe da attribuire a Fra Pietro da Todi. Sorprendente e di facile lettura, fu scritto e completato in occasione della traslazione delle reliquie di San Filippo Benizi – cui è dedicata la cappella nord della Chiesa del Lavello – avvenuta a Todi il 10 giugno 1317. Stando a quanto si legge nel testo, più volte si fa riferimento alle sette sorelle del Cielo, citando San Gregorio Magno che, nella luce delle Pleiadi, vide i sette doni dello Spirito Santo, e in Arturo-Orione l’Antico Testamento. La leggenda è affascinante e spiega l’entusiasmo riscosso fra i giovani, ma al contempo anche la contrarietà che i Servi suscitarono nel corso dei secoli. Ad ogni modo, essa rappresenta un’importante chiarificazione in merito al mistero dell’ossessione per il numero sette che da sempre i Servi coltivarono nei riti e nelle preghiere. Sette, infatti, sono i misteri del rosario dell’Addolorata, sette i dolori, sette gli Ave Maria per ogni mistero, sette le candele accese sull’altare. Il candelabro a sette braccia, ritrovato anche nella Chiesetta del Lavello, non rievocava la Menorah, bensì la Luce dei “sette uomini di tanta perfezione” ricercata da Maria. A questo si deve la scelta della raffigurazione di un candelabro, posto sulle fondamenta della vecchia chiesa, ricordando un’opera in bronzo di Maso di Bartolomeo, risalente al 1440 e ora conservata nel Duomo di Prato, a pochi passi dalla Chiesa dello Spirito Santo edificata dai Servi di Maria. Non sappiamo se l’artista (scultore, architetto e orafo) avesse concepito l’opera per i Padri, ma probabilmente ne subì l’influenza e, forse, volle con queste forme vegetali allontanare i riferimenti all’Antico Testamento.
L’enorme consenso raccolto dall’Ordine mendicante dei Servi di Maria si deve principalmente al fatto che ovunque essi, oltre alle cure per gli umili e i bisognosi, edificarono chiese e conventi. Quando ufficialmente arrivarono al Lavello, la seconda chiesetta ad opera di Giacomino, degli abitanti e alcuni Padri già presenti in loco, era pronta (da documenti ufficiali sappiamo che venne consacrata il 19 settembre 1490). Ma i Padri aspiravano al convento, a stanze e spazi da destinarsi alla vita comunitaria; servivano nuovi fondi, che tuttavia la Serenissima, poco favorevole ad un ampliamento così sostanzioso, aveva negato. L’obiettivo di una chiesa funzionante, al riparo dalle esondazioni e in grado di ridare vivacità alla comunità religiosa era stato realizzato; i fratelli decisero di organizzare fiere e mercati nei giorni importanti delle celebrazioni liturgiche. Nessun documento racconta cosa accadde a Giacomino, se morì, o se ne andò portando con sé l’immagine santa, ma proprio in quegli anni l’affresco della Madonna con il Bambino fu rivestito con il tessuto nero e divenne ufficialmente l’immagine devozionale. Per i Servi di Maria, già colpiti da vertenze e controversie da parte della Parrocchia di Calolzio a causa della disinvoltura amministrativa, inizia un lungo e intenso periodo, che li vede impegnati a costruire il convento e a continuare ad organizzare Fiere e mercati. La Fiera dei Cavagnoi, che diventerà poi un tradizionale appuntamento, ebbe proprio qui le sue origini. L’eccitazione delle feste accende la vita degli abitanti, attratti dalle celebrazioni ma anche dall’occasione mondana; così, quando alcuni fatti di cronaca irrompono nella scena, si riaccende la diatriba con la Chiesa Ambrosiana. Decenni di attacchi e risposte di mosse e contromosse, di suppliche e contrattazioni non fermano, comunque, l’entusiasmo mistico dei fedeli e la loro partecipazione alla celebrazione liturgica.
Con un accenno grafico al martirio di San Matteo del Caravaggio si è voluto rappresentare ciò che sempre accade quando ci si trova di fronte alle azioni del Male: l’orrore per il delitto compiuto, lo sdegno, il dolore dei presenti e, nello specifico, la disperazione dei Padri, avviliti per la missione compromessa e piegati dinnanzi al futuro.
I Serviti introdussero diverse nuove festività. Una dedicata a San Fermo, un santo eremita protettore degli infermi e dei malati; una a Santa Apollonia, oggi protettrice dei dentisti; una a Sant’Agata, protettrice delle balie; e infine una a sant’Anna, madre della Beata Vergine e protettrice delle partorienti. Ma le ricorrenze più importanti cui convenivano in processione i fedeli e i parroci di tutto il paese erano quelle dedicate alla Madonna: la festa della Purificazione della Santissima Vergine Maria (2 febbraio); quella dell’Annunciazione a Maria (25 marzo); la festa per la nascita di Maria (8 settembre) e la processione del Venerdì Santo. Dopo la peste, inoltre, la ricorrenza più sentita divenne quella della Madonna Addolorata che si celebra ancora oggi a metà settembre.
Nel 1510 ha inizio la costruzione del convento. Ma i tempi sono bui e difficili, guerre e scorribande insanguinano nuovamente i paesi, i lavori vanno a rilento o vengono addirittura sospesi, i Padri presenti sono solo tre. Tutto riparte con solerzia solo qualche decennio più tardi. Nel frattempo, però, i Servi di Maria hanno ottenuto ampi terreni attorno al convento, acquistato un edificio per i massari, aperto un’osteria per pellegrini e viandanti e si sono accordati con le parrocchie di Corte e Foppenico per la divisione delle elemosine.
Nel 1582 gli spazi comuni sono stati costruiti, così pure il refettorio e i dormitori: ora ci si può dedicare alla costruzione di una chiesa più grande, quella attuale. Dall’Archivio comunale sappiamo che nel cantiere lavorano per lungo tempo maestranze ticinesi.
Nonostante i contenziosi mai sopiti con le autorità ecclesiastiche, il Concilio Tridentino, la scomunica emessa da San Carlo Borromeo nel 1584 e poi revocata a novembre dopo la morte del cardinale, nonostante tutto questo il convento è attivo e il cantiere in opera. Tutto procede fino all’anno delle eclissi, due di luna e una di sole.
Arriva la peste, e il Lavello diventa presto un lazzaretto. Il morbo scoppia tumultuoso a maggio e i morti non si contano più. Sarà più di una decimazione; ogni paese ne è devastato, i sei Servi sono vinti dal contagio. In tutta la Val San Martino si scavano fosse comuni. Nella bergamasca i morti si contano a migliaia: 30.311 donne e 26.544 uomini. All’ombra di un alloro, come ultima speranza (sembra che la pianta portasse fortuna), si scrivevano i testamenti, dalle cui pagine abbiamo ricostruito anche parte di questa storia.
Dopo la peste il convento venne chiuso. Fu riaperto nel 1632 per poi chiudere definitivamente nel 1772, così come accadde a molti altri conventi dell’Ordine sia in Italia che in Europa. Solo verso la fine del XIX secolo si registra una rinascita, lenta ma costante, dell’Ordine Servita, che si consolida negli anni del dopoguerra. Anche al Lavello, dopo i primi restauri sostenuti in gran parte dai fedeli, la chiesa viene riaperta al culto, riaccendendo fra la popolazione e gli amministratori il desiderio e la volontà di un recupero dell’intero complesso.
Vicende alterne, dunque, interessarono il Convento e la sua storia, cui guardare come alle pagine di un libro giunto fino a noi con i colori delle virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. Si conclude così l’illustrazione murale, con il simbolo Servita che illumina la valle e fa da sfondo alla scena, insieme al motto del cartiglio di un’opera di Mussita presente nella chiesa del Lavello, “Tantus labor non sit cassus”, l’auspicio ultimo che tanto lavoro non sia stato vano.

Miriam Ravasio

Bibliografia essenziale

– Il Convento del Lavello (2017), di Giovanni Aldeghi e Dario Dell’Oro
– Il Santuario di santa Maria del Lavello a Calolziocorte (2013), con i saggi tematici di Fabio Bonaiti, Jolanda Lorenzi, Giuseppe Cruciani Fabozzi, Giuseppina Suardi, Ede Palmieri
– In tempore pestilentiae (La peste del 1630 in Alta Valle San Martino) di Dario Dell’Oro, Giovanni Aldeghi, Gianluigi Riva, Padre Maurizio Brioli (2009)
– Sotto il mantello di San Martino. Storia di una valle di confine. Fabio Bonaiti-GianLuigi Daccò (2012)
– I trasparenti di Mendrisio (1995), Giorgio Lazzeri e Renzo Pietraglio
-La storia dell’arte raccontata da E.H. Gombrich, Einaudi (1973)
-Romanico (2003) a cura di Rolf Toman, ed Gribaudo
-Storia sociale dell’arte, vol.1 e 2 di Arnold Hauser. Einaudi 1975
-L’esperienza dell’antico, dell’Europa, della religiosità. Einaudi (1979)
-Storia della moda e del costume (2005) Maugeri-Paffumi. Ed. Calderini
– Lorenzo Lotto, il genio inquieto del Rinascimento (1998) AA.VV. ed Skira
– La Legenda de origine Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae, testo attribuito a Fra Pietro da Todi, conservato nell’Archivio Generale dell’Ordine dei Servi a Roma (doc. pdf)
– Sito del comune di Santa Maria del Cengio

01 – La targa posta dalla Fondazione Monastero santa maria del Lavello a Calolziocorte
02 – Qui, ancora non c’è la fascia sotto, aggiunta poi con i titoli di scena
03 – Con la Pace di Lodi gli animi si distendono in una “aspettativa serena”
04 – particolare
05 – Venezia, Milano, Firenze: le forze egemoni
06 – Nel clima di rinnovata serenità fa la sua comparsa L’Heremitto Jacomino (vedi relazione)
07 –
08 – Il miracolo di Martino
09 – Con la fonte miracolosa… il Lavello si ripopola
10 – Qualche anno dopo arrivano I Servi di Maria
11 – … con le loro conoscenze
12 – vedi relazione
13 – Un Ordine intraprendente: i Serviti edificarono ovunque, in tutta Italia e in Europa fiorirono conventi e non solo (vedi documento)
14 – una piccola Maddalena (part)
15 – Il mural sta lì, nel parcheggio del monastero e all’ingresso del parco
16 – per costruire servono fondi, il sostegno della Serenissima e di alcune famiglie facoltose non basta e così, i Padri organizzano Fiere e feste; sfidando il disappunto della Chiesa Ambrosiana (Parrocchia di Calolzio) contraria ad organizzare mercati nei giorni dei Santi
17 – …in una delle feste avviene il fattaccio…
18 – la polemica fra le “chiese” diventa rovente e durerà anni e anni. (nella foto il part. della “disputa fra i campanili”)
19 – ma invettive, denunce e sgarbi non fermano devozione e lavori….
20 – “la processione dei sette dolori” (vedi relazione)
21 – particolare
22 – il cantiere per la costruzione della Chiesa è aperto…
23 – …si lavora alacremente (ma ci vorranno molti anni)
24 – il filo a piombo, particolare
25 – tutto sembra concluso e la vita procede spedita fino al 1630: anno delle eclissi (due di luna e una di sole) e la peste…
26 – la popolazione è quasi dimezzata
27 – nella provincia di Bergamo si contano le vittime: 30.311 donne, 26.340 uomini.All’ombra delle fronde d’alloro si redigono i testamenti ( pare portasse fortuna ). Nella scena si riconoscono i campanili: Foppenico, Erve, Rossino, Pontida e Bergamo. Secondo una ricerca del settecento pare che a diffondere il morbo nel bergamasco, furono proprio “quelli di Foppenico”…ma questa è un’altra storia e un altro bozzetto in divenire
28 – TANTUS LABOR NON SIT CASSUS. (leggi relazione)
29 – fine :-)))

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