Il pranzo di Natale e altri nutrimenti
Al Vaticano il pranzo di Natale era il rito più sentito di tutte le feste di fine anno.
Così mi raccontano Ardelia e Gianmaria, fratelli maggiori. Pure io c’ero, tuttavia ero troppo bambino per ricordare, per tradurre in racconto le immagini evanescenti della memoria. Stiamo parlando dell’immediato Dopoguerra, i primissimi anni ’50 del secolo scorso.
Prima che il tempo scopi via queste storie minime come foglie secche, senza lasciare alcuna traccia, chiedo ai mei fratelli ogni particolare su cosa, la nostra famiglia, poteva mettere in tavola il giorno di Natale in quegli anni magri.
Cominciano ricordando come ad annunciare l’evento, sull’armadio della cucina e fino al soffitto, faceva una gran bella figura ol brüscù (agrifoglio) dalle cui lame verdi-lucenti pendevano mandarini, mele e qualche caramella. Erano due gli agrifogli che nostro padre, Giacomo, prelevava dai boschi di Monte Marenzo: uno era per noi, l’altro lo portava a Calolzio, non si sa a chi, ricevendo in cambio un desideratissimo panettone.
Sì, insisto, ma cosa si metteva in tavola il giorno di Natale?
In uno di quegli anni, Ardelia ormai tredicenne, fu istruita da mamma Caterina sul modo migliore di garantirsi la qualità del piatto forte di Natale: la carne di manzo, che si vedeva raramente a casa nostra.
– Allora, Ardelia, stai bene attenta a quello che ti dico. Di solito alla domenica si fa il coniglio al forno, ma questo Natale, no! Dobbiamo anche noi mangiare extra. Ti do questi soldi e scendi a Calolzio, alla macelleria Mondo. Devi dire che ti mandano i signori Arosio, che vogliono del biancostato per il bollito e del magatello per l’arrosto. Loro si riforniscono sempre lì quando sono in vacanza a Monte Marenzo, e il negozio gli dà sempre i tagli migliori.
Detto, fatto.
I signori Arosio, ovviamente all’oscuro di questi maneggi alle loro spalle (mia madre sosteneva la liceità dell’operato perché “non faceva del male a nessuno”), erano i proprietari della cascina Forcella, dove da generazioni lavorava a mezzo la famiglia di Caterina e lei stessa ne era nata e vissuta prima del matrimonio.
A Natale la giornata cominciava molto presto. Faceva freddo e quando cominciava appena a rischiarare, sulla stufa già infuocata, le pentole e le padelle spandevano quel caldo e quel profumo di benessere che ancora sono imprigionati nei miei sensi.
All’uscita dalla Prima Messa – alla quale partecipavano anche quanti, Dio permettendo, sarebbero ritornati in chiesa non prima del Natale successivo – la consuetudine voleva che papà invitasse i suoi amici, ol barba di Carlù, Gepo, Biaso, Bàtesta, Luisì Piróla e offriva loro una scodella di brodo caldo allungato con un bicchiere di vino. Non ci è dato sapere se i componenti di questa piccola comunità di contadini e manovali afflitti da una povertà endemica, quanto dignitosa, avessero tutti assistito alla Messa.
Mi piace pensare che proprio in quella notte avvertissero il verificarsi di un accadimento speciale. Una forza misteriosa li aveva riuniti per assaporare da una ciotola una bevanda vermiglia, calda e rigeneratrice, capace di stendere su di loro una grazia silenziosa, un unguento lenitivo per esistenze agre.
Poi, a mezzogiorno in punto, le gambe finivano sotto il tavolo e all’altezza dei nostri sensi (occhi, naso, bocca) ci investivano i cibi da consumarsi per la grande festa del Neonato.
L’immancabile polenta. Il risotto giallo al quale mia madre teneva particolarmente. Un tòcco ciccioso e fumante di biancostato dal quale spuntavano le coste che sarebbero state spolpate diligentemente. Fette di arrosto ben disposte sul piatto ovale e immerse in una puccia odorosa di chiodi di garofano. Mostarda piccantissima, comperata alla Cooperativa, attinta da una grande boatta e venduta sfusa in cartocci di carta oleosa. Cetrioli e peperoncini verdi da mesi conservati in una piccola damigiana di aceto (una specialità di papà), mandando in malora a bella posta un vinello di scarso vigore con l’inserimento della “madre” acetica.
Poi arrivava il momento da me più atteso (almeno, penso, visto che ho ricordi nebulosi): il taglio del panettone. Il dolce era accompagnato dal vi de pomèla, una bottiglia spillata da una damigiana nell’osteria del Dopo. Sinceramente non ho mai capito cosa versavamo nel bicchiere (forse un moscatello fiacco?), l’unica cosa certa era che, nelle grandi occasioni, anche a noi ragazzi si consentiva di assaggiare quella meraviglia dispensatrice di alcune ore di riso e allegria.
Il panettone non si consumava tutto. Papà ne metteva da parte una grossa fetta e riempiva di vi de pomèla una bottiglietta vuota della gazzosa.
Ad ogni Natale Giacomo aveva un appuntamento irrinunciabile. Nel pomeriggio considerava un suo preciso dovere, una sorta di impegno morale che aveva assunto con sé stesso, far visita a Giuanèto.
Ardelia ricorda uno di quegli anni:
– Ci si incamminava verso Costa. Nella sporta il panettone e il vi de pomèla ed io, orgogliosa di fare cose coi grandi, accompagnavo papà. Non so se accade anche ora, ma era normale che i genitori ci portassero a far visita a loro parenti o amici malati, addirittura morti. Le prime volte mi faceva impressione, però, a pensarci bene, non era sbagliato farci conoscere anche gli aspetti tristi della vita. Giuanèto ai mei occhi era tanto vecchio, non camminava e stava sempre a letto. Papà, su una sedia avvicinata al capezzale si interessava della sua salute e gli parlava sottovoce. Me ne stavo un po’ discosta e non riuscivo ad intendere bene tutte le parole. Non so se Giuanèto capiva, ricordo solo che ogni tanto girava il viso, sbarrava gli occhi, e continuava a ripetere solo “gne gnè, gne gnè, gne gnè…”. Ci rimanevo male.
Era tornato il buio e pure il freddo quando papà e Ardelia lasciarono cascina Costa. La strada per casa non era illuminata, ma non c’era alcun pericolo di essere investiti, i mezzi che vi passavano erano abitualmente due o tre al giorno. Ardelia, nei suoi golfini di maglia grossa e con le mani infilate nelle tasche si sentiva bene, tutto sommato rinunciare ad una seconda fetta di panettone per offrirla a Giuanèto le sembrava una cosa buona, che assieme a un fiato di vi de pomèla magari, così pensava, gli tornava il parlare.
Mentre camminava alzava lo sguardo al cielo dove il vento leggero sbaluginava le punte delle stelle. Di una giornata bellissima le rimaneva un solo cruccio: – Anche quest’anno niente Cometa.
Angelo Gandolfi
Natale 2025


Al mio paese si festeggiava la vigilia di Natale si mangiava la pasta fatta in casa e baccala’ e anguilla.Non si mangiava carne
Il panettone non si conosceva si mangiava la torta con crema e altri dolci preparati dalle donne di casa. eravamo tutti contenti. Gino.
Tempi difficili eppure ricchi di significato e sentimenti non come ora che tutto è insignificante!
Bravo grazie Angelone!
Un Racconto di Natale, e di come si può imparare la vita.
Quella ciotola, calda e vermiglia, cibo per l’anima.
Guarderemo in su, se stavolta passerà la cometa.
Grazie ancora
Cristina
Grazie Angelo per aver aperto la stanza dei ricordi,: Dalla porta che hai spalancato fluiscono per noi tutti. Dentro si vede un camino acceso e le persone care ancora tutte insieme con il volto illuminato dalla fiamma. Le parole che ci hai regalato trasformano il freddo schermo del computer e lo fan diventare una grande tavola apparecchiata con vini dai riflessi rubini, profumi e sapori dove sediamo tutti insieme, e questo svela il senso profondo di UpPer..
agli auguri per un 2026 che cercheremo con tutte le forze di rendere migliore di questo 2025 che si chiude , si unisce anche Leopardi con la parte finale della Ginestra .
—- E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
Ieri era il compleanno di mio papà… avrebbe compiuto 100 anni!
E il racconto di Angelo mi riporta alla memoria i giorni dei pranzi di Natale dove a casa mia ospitavamo le mie carissime zie “mède”. 2 sorelle di mio papà, 1 di mia mamma e a volte anche la zia di mio papà che naturalmente era la più anziana della compagnia.
È su quelle indimenticabili tavolate che compariva, unica volta in tutto l’anno, la mostarda che le mie zie gustavano da morire insieme al panettone…
Grazie Angelo per i tuoi racconti.
Buon Natale a tutti gli amici di Upper
Ciao Angelo che soddisfazione e che ricordo io come vicino di casa sembrava una cosa normale vedere queste cose. Grazie di questo ricordo buone feste
traspare gioia e felicità da questi ricordi bellissimi, sinceri, sentiti. Hai risvegliato la nostalgia dei miei ricordi lontani a Valbonaga,
Grazie Angelo!!! Sei grande!
Caro Angelo,
Non c’è più nulla di quell’antica nobiltà e dignità della povertà che ci faceva assaporare la gioia semplice che nasceva dal senso della festa, che era sempre festa dell’amore filiale e comunità come ben descrivi.
La strategia del regalo compensativo o manipolatorio ha tolto il senso dell’amore semplice, la gioia di condividere nella solidarietà di essere sulla stessa strada che dal paese va verso il senso della morte.
Tutto prendeva senso in questo camminare insieme;
Un altro anno è passato e noi siamo ancora qui insieme. La gioia era qst condivisione che a Natale ci univa tutti. Grazie che ci hai ricordato il valore vero del Natale. La condivisione nell’amore è una realtà universale, che Dante ci ricorda con.la grandezza del.suo genio:.nel ventre tuo si raccese l’amore.
Ogni papà e mamma si assumevano l’onere di far vivere questa verità universale. Ciao mario
Carla tuo marito non poteva avere altro nome che ANGELO grazie per questi ricordi meravigliosi.