Scene di caccia tra la Val Màrscia e il West
Mentre si è aperta la stagione di caccia, il Governo prepara una legge che autorizza a impallinare un gran numero di specie selvatiche, alcune a rischio di estinzione. Ci sono pure associazioni di cacciatori che sono perplessi, il che è tutto dire. E’ un salto indietro di sessant’anni, un mondo certamente non in tutto da rimpiangere, almeno così mi sembra di ricordare.
Scene di caccia tra la Val Màrscia e il West
Eravamo a cavallo tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso, in un inverno serio, di quelli di una volta, quando percepii il serpeggiare di disagi celati nel Vaticano di Monte Marenzo.
Mio fratello e Béle, in mia presenza, parlottavano sottovoce e tra un bisbiglio e l’altro coglievo sospiri lunghi zeppi di “pòta, mah, mè ederà”, come se fossero stati chiamati a qualcosa controvoglia, impigliati tra timori e l’onere imposto da forti vincoli d’amicizia.
Una sera ebbi la certezza che il non detto fosse legato alla caccia, o meglio, ad un proposito maturato nel gruppo dei tanti giovani del paese armati di doppiette.
Bisogna sapere che questi ragazzi avevano saltato l’adolescenza. Passati direttamente dall’infanzia all’età adulta nella dura palestra dei cantieri edili. I riti di passaggio dal bòcia (12/13 anni) al muratore provetto erano i geloni alle mani, i sacchi di cemento sulle spalle minute e, non di rado, calci in culo. II pasto nella schiscèta riscaldato al fuoco improvvisato e un fiato di vino, consumati tra una betoniera e una pila di mattoni, ridavano vigore sino allo scadere delle dieci ore di lavoro, se non oltre. A casa si ritornava in bicicletta, da Lecco a Monte Marenzo e l’asfalto terminava a Calolziocorte.
Da bambini, i boschi e i prati di Monte Marenzo per loro non avevano segreti, li avevano visti frugare in ogni recesso più impervio. Fiutavano nell’aria quando un albero era carico di frutti maturi e regolarmente ad ogni stagione lo spogliavano, beffando i padroni armati di bastoni e tanto minacciosi quanto volutamente lenti nel rincorrere i piccoli predoni. Condividevano la selva con le loro prede in un gioco spietato di astuzia e istinto, cacciatori di piuma con fionde, vischio, lacci infami stesi nei sentieri di passo. Diciamolo, ignoravano completamente il nobile retaggio dell’arte dei falconieri medioevali e nulla, ma proprio nulla, sapevano dell’eleganza letteraria dell’attività venatoria di Mario Rigoni Stern.
Non potevano neanche contare sul perdono dovuto alle precedenti generazioni, che avevano avuto la necessità di portare sulle tavole desolate la carne pregiata di selvaggina e, almeno per un giorno, poter evitare la sempiterna polenta e qualche piccola fetta di lardo.
In questo ambiente – il mio ambiente – la storia ci parla di ragazzi che al compimento del sedicesimo anno compravano una doppietta e d’incanto entravano di diritto nell’età adulta, diventavano pienamente uomini. Nelle poche ore libere ritornavano sui sentieri dell’infanzia, ma questa volta forti di un fucile vero tra le mani. Amavano vagabondare sparacchiando al solo stormir di foglie, senza alcun cànone, tra i boschi di Val Màrscia e Campiòsc, ai loro occhi trasfigurati nell’epico West dei b movies, tipo Gli sterminatori del Kansas di Spencer G. Bennet, visto e rivisto al cinema di Calolzio.
Comportamenti biasimati e strettamente sorvegliati con comprensibile rancore dai guardiacaccia. I giovani in armi ricambiavano con giudizi altrettanto sprezzanti, in quanto – così circolava la narrazione – questi inflessibili tutori della legge infagottati nelle divise, avevano in passato svolto una febbrile attività di bracconaggio.
Torniamo a quella sera dove intuii tutto. Ero intento al mio compito di fabbricante di cartucce per mio fratello, in quanto le munizioni in vendita già confezionate costavano troppo e, a dire dei più, molte volte facevano cilecca. Il lavoro mi era stato affidato per lo scrupolo con il quale eseguivo ogni fase della lavorazione, nonostante fossi ancora un pischello.
Mi ricordo ancora perfettamente i gesti: verifica dell’integrità del bossolo di cartone, inserimento del detonatore, versamento di un misurino di polvere (da pressare con giudizio), tampone di carta appallottolata che costa meno della borra di sughero, grammi precisi di pallini, dischetto di cartoncino, orlatura.
Versando il piombo che mi avevano indicato mi accorsi che qualcosa non andava.
Chiedo: – Perché pallini del 5? Sono per le lepri. Non avevate detto che andavate nel lodigiano per le allodole?
Risposta: – Carica, carica.
Insisto: – Fuori ci sono 30 centimetri di neve ghiacciata (siamo a gennaio), per un bel po’ non sarà possibile cacciare.
Risposta definitiva: – Carga e fa ol laurà pulito!
In quegli anni ci furono inverni particolarmente nevosi e freddi.
In una notte di luna piena e di vento teso il manto gelato della neve si trasformò in una immensa distesa di diamanti, e la volta stellata quasi si specchiava in quella lucentezza. Tra cielo e terra la luce livida di un blu profondo diffondeva una inquietudine straniante, accompagnata dal verso lontano e cavernoso di un gufo reale.
Nel Vaticano staccarono i fucili dal chiodo, si legarono ai lombi la cartucciera e uscirono silenziosamente. Io, dalla finestra della camera che dava sulla piazzetta del Dopo, li vidi riunirsi con altri e discutere sottovoce, nuvole di vapore uscivano dalle loro bocche e dalle narici, come il fuoco emesso dal Fafnir delle saghe nordiche. Li conoscevo uno ad uno e di loro non avrei potuto dire che cose buone.
Mi chiesi: – Cosa ci fa l’Angelo con il fucile del padre in spalla? E’ in licenza dal servizio militare di leva e gira con la divisa, per di più non ha il permesso di caccia… Se lo beccano roba da corte marziale.
Dai gesti capii che avevano deciso. Si incamminarono verso le piane di Costa e di Pomino. Saranno stati più di una decina. Col naso schiacciato al vetro il mio fiato si rapprendeva e gelava, le sagome le vedevo sempre più deformate ed evanescenti mentre sparivano dietro la curva della Mòia.
Avvertii un freddo terribile e un tremito che dalle viscere mi percorreva fino alle estremità degli arti. Chiamai mamma e le svelai che andavano per lepri, proprio dalle parti di Pomino dove i guardiacaccia avevano la sede. Cominciò una delle notti più lunghe della mia vita.
Io e mamma stiamo al buio dentro la stanza. La luna proietta con precisione geometrica il riquadro della finestra sulla parete opposta, spettrale come una sequenza gotica del cinema impressionista tedesco. Su due sedie siamo in raccoglimento dietro il vetro ormai foderato da una sottile lastra di ghiaccio.
I nostri visi sono lividi come il mio stato d’animo e mi grido dentro: -Non è giusto farci stare così male, odio sapervi allo sbaraglio solo per spavalderia, per emulare le inverosimili imprese raccontate da quei quattro vecchi barlafüs, più cacciaballe che cacciatori.
La corona di colline, Santa Margherita, Campiòsc, öl Ciό, vetrificate dal gelo, rimbalzano centuplicati i secchi echi degli spari, i fischi di uccelli notturni mal imitati, grida e schiamazzi da campetto di calcio. L’etere si satura con i fragori dell’ultima manifestazione di sfrontate gioventù, esplosioni di tarde primavere adolescenziali mai pienamente dispiegate. Mi sembra addirittura di avvertire il salnitro grattarmi la gola e gli occhi; questi per davvero mi si gonfiano di lacrime acide. Dopo una buona mezzora la sarabanda scema lentamente verso il vuoto assoluto, altrettanto insopportabile. Tutto è compiuto.
Rifiuto di coricarmi e aspetto il peggio sulla sedia.
Passò un tempo infinito prima che sentissi un leggero scalpiccio di stivali nel corridoio del Vaticano. Pian piano si aprì la porta della stanza e mio fratello fece capolino.
– Perché dörmet mia?
– E la légor?
– O ciapà négot.
– Mé, fo piό sö i cartuce per votre…
– Ghé piό bisögn, dörme adess.
Il Beretta calibro 12 venne lasciato penzolare dal chiodo della cucina per qualche tempo, poi finì in fondo ad un armadio. Dopo lunghi anni mio fratello lo regalò a Luigi, suo amico fraterno a letto col cuore esausto. Quando glielo portò sperava potesse rianimarlo perché lo vedeva aggrappato alla vita solo nutrendo pensieri e gesti di quella stagione rovente. Inutilmente.
Angelo Gandolfi
Settembre 2025

Grazie per questo continuo dialogo con il passato. Il tuo racconto mi riporta a quelli di M.Rigoni Stern e ad un mondo diverso, più vero, fatto di animali, cacciatori, boschi, montagne, all’ epoca poco sfiorati dalla presenza umana . La notte della caccia alla lepre mi ha ricordato la caccia all’ urogallo di Stern, alla morte del grande uccello ma, allo stesso tempo, alla tristezza e alla morte nel cuore dell’ autore. Caro Angelo, grazie per la tua ricchezza linguistica e poetica nelle tue descrizioni dettagliate.Anche nel presentare quei ragazzi a cui era stata rubata l’ infanzia, e giocavano a fare gli adulti, sfidando la caccia. Difficile oggi ritrovare quello spirito.La minaccia della nuova legge sulla attività venatoria mette a rischio la Natura intera, e ” la lunga via dell’ aria”, come M.R.Stern definisce l’ attività degli uccelli migratori. Uno sguardo di ammirazione, di profondo stupore e di commozione, al contrario, verso questo incantevole mondo naturale, dovrebbe suscitare sentimenti puri e autentici , e farci agire per salvaguardare tutta questa ricchezza .
Racconto come sempre splendido. Mi riesce sempre difficile immaginare come Angelo sia riuscito a conservare in memoria fatti, comportamenti e usi tanto lontani nel tempo. Ho riletto più volte le sei righe del 4° capoverso che descrivono mirabilmente il percorso verso l’età adulta dei giovani ragazzi di allora: capacità di sintesi perfetta!
Non aggiungerei altro.
Giorgio.
Hai acceso un ricordo,anche noi fratelli aiutavano il papà a preparare le cartucce con i passaggi che hai descritto.bella storia….
Ancora un bellissimo racconto dell’Odissea della tua vita… Grazie.