La tradizione della Bufanìa a Livo: suoni antichi per risvegliare la terra
Anna:
Ogni anno, dai primi di gennaio fino al giorno dell’Epifania, il paese di Livo, affacciato sul Lago di Como, rinnova una tradizione profondamente radicata nella storia e nell’identità del territorio, che richiama la comunità locale e qualche visitatore, trasformando le vie del borgo in un luogo di incontro, memoria e partecipazione condivisa. È la Bufanìa.
Si tratta di un evento che evoca rituali arcaici legati al ciclo dell’anno, al passaggio dall’inverno alla primavera e alla fertilità della terra.
Un corteo si snoda per le strade del paese accompagnato dal suono dei campanacci, dei corni di ariete, dei tamburi, costruiti artigianalmente con pelle di capra, strumenti semplici ma dal forte impatto sonoro e simbolico. I loro suoni, ritmati e potenti, riecheggiano tra le case e i vicoli, in un rituale propiziatorio volto a “svegliare” la vegetazione assopita dall’inverno ed assicurarsi un raccolto abbondante.
Come mi racconta Maurizio Lometti, sessantenne originario di Livo e molto impegnato in paese, questa tradizione nacque per garantire una ricca raccolta di castagne, alimento base della cucina che garantiva la sopravvivenza di intere famiglie e comunità. “Più rumore si faceva, maggiore sarebbe stata la quantità di castagne”, mi dice.
Oggi naturalmente è diversa la consapevolezza riguardo questa correlazione e le castagne non sono più così essenziali, ma l’atmosfera resta ugualmente magica e carica di suggestione. Ho preso parte alla manifestazione per assistere a questa antica usanza, ma mi sono ritrovata immersa in un’esperienza profonda, vibrante e carica di energia. Ogni partecipante contribuisce al risveglio della terra, scandito dal ritmo dei tamburi e dal suono potente dei corni. I campanacci, con il loro tintinnio continuo, aggiungono un elemento dinamico e quasi ipnotico.
Questo evento rappresenta un esempio concreto di come le tradizioni locali possano essere mantenute vive attraverso la partecipazione attiva della comunità. Non si tratta solo di rievocare il passato, ma di trasmettere valori, gesti e significati alle nuove generazioni, creando un ponte tra memoria storica e presente.
Cristina:
Un ponte che si poteva vedere, in questo 6 gennaio 2026, nelle diverse età dei partecipanti al corteo, che coinvolgono tutti in “un’esperienza vibrante e carica d’energia”. Perché ha ragione Anna, è quel che si prova (ancora oggi, come anni fa) aggregandosi al gruppo sonoro della Bufanìa che scorre per il paese. Ed è proprio questa energia che, trasmessa alla terra, la renderà fertile.
Essenziale, certo, dovrà essere anche il lavoro quotidiano di coltivazione. Poiché, tuttavia, gli eventi naturali non sono sotto il nostro completo controllo e possono distruggere tutto il frutto delle fatiche umane, la comunità si impegna, unita, in un rituale ricorrente, a garanzia che si è fatto tutto ciò che era umanamente possibile: anche risvegliare la terra con suoni, rumori, percussioni, fino a feste strutturate e devozioni. Ritualità arcaiche o ricostruzioni più recenti, con tracce ancora ben presenti anche nelle nostre zone. Pensiamo alla notissima Pesa vegia di Bellano, alla Cacciata di gennaio di Premana, al Ciamà l’erba o Chiamare marzo di alcuni paesi di Valtellina e Valchiavenna.
Possiamo ricordare come rituali propiziatori per la campagna fossero diffusi anche a Monte Marenzo. Ne abbiamo raccolto documentazione per il libro dedicato al paese, nel capitolo “Rogazioni e starelà” (pp.227/235). Il libro si può trovare nella nostra biblioteca, come pure l’altro “Quan ch’è bon la lüna” del 1982, che racconta di Livo e della sua gente e che ha stimolato questo viaggio in Alto Lago.
Qui alcuni scatti di Anna Radaelli e Cristina Melazzi della Bufanìa 2026.
Qui alcune foto di Cristina Melazzi della Bufanìa del 2015.
Ed infine un breve video di Valentina Chioda della Bufanìa del 2026.
