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Macagì

Eravamo sempre alla ricerca di qualcosa, magari di nuovo, l’importante era non stare tutto il pomeriggio sul quaderno dei compiti. Quando la mamma ci diceva “prima di chiuderlo, rileggi bene”, l’invocazione – sì perché era una invocazione – ci arrivava come se avessimo il cotone nelle orecchie: eravamo già per strada verso i boschi di Val Màrscia.
In quell’incanto frusciante si entrava col passo sicuro di chi sa dove mettere i piedi, ma anche con un filo di inquietudine e di desiderio per una epifania misteriosa. Che poteva essere un fulèt, quelli che di notte arruffano le criniere ai cavalli, o semplicemente un paesano con la roncola alla cinta dei pantaloni, ma da quel luogo sovvertito in ombra impalpabile.
I raggi di sole filtrati dalle fronde arabescavano la nostra pelle di ramarro smeraldino, tanto che diventavamo fili d’erba, foglia, corteccia. Insomma, invisibili. Scivolavamo leggeri come l’acqua del Bisone tra le pietre di guado per sorprendere, almeno una volta nella vita il gatòbe. Ogni volta, contrariati e delusi per l’ennesimo appuntamento a vuoto, finivamo per terrorizzare vigliaccamente la merla alla cova. Esausti ci si sdraiava sul tappeto di muschio, ingombranti invasori del brulicante cantiere delle formiche rosse, aggressive e per niente disponibili a condividere lo spazio.
Di quel bosco, nel bene e nel male (sì, perché non sempre gli avevamo portato rispetto), ne eravamo diventati le creature.
La piazzetta sotto casa aveva la stessa forza evocativa del bosco. Stretto tra mura e cinte, quel semplice slargo della strada era il palcoscenico sconfinato che a malapena conteneva l’audacia, l’immaginazione dei nostri giochi.
Non sapremo mai quanti miracoli ci sono accaduti senza averne avuto la minima cognizione, o quanti misteri rimasti per sempre nell’oscurità perché seppelliti nella dimenticanza.
A volte, invece, fatti dimenticati da oltre settant’anni tornano improvvisamente alla memoria. E’ stata mia sorella Ardelia (qualche anno in più dei miei) che alcuni giorni fa mi ha chiesto:
– Angelo, ti ricordi quanti macagì abbiamo mangiato nella piazzetta?
– Ah sì, adesso che lo dici mi ricordo. E’ vero, li chiamavamo macagì.
All’angolo tra la nostra piazzetta e l’acciottolato per Portola (ora via Donizetti), dall’alto muro del parco Agudio tracimavano tra settembre e ottobre i rami di un bel verde del macagì. Ci attiravano irresistibilmente le bacche tinte di rosso fuoco che costellavano le frasche come un albero di Natale.
Contro quel muro, alto e inespugnabile come la fortezza di Alesia, scagliavamo tutte le nostre armi: lunghe pertiche, pezzi di legno, sassi fiondati, affinché quei frutti cadessero al suolo. Ne riempivamo le mani giunte a coppa, li portavamo alla bocca e lasciavamo che si sciogliessero tra palato e lingua: gelatinosi, dolcissimi, un nettare da Paradiso Terrestre.
Macagì macagì macagì…che pianta sarà stata, mi sono chiesto dopo aver parlato con Ardelia? Oggigiorno, a differenza di bambini poco acculturati quali eravamo, a differenza di case senza libri da spolverare, a differenza del veto di parlare tra di noi in italiano considerato uno stigma deprecabile dei milanesi in villeggiatura, oggigiorno, dicevo, in pochi minuti possiamo accedere a sterminate fonti del sapere.
L’ho fatto. Ebbene, a distanza di oltre settant’anni da quei dolcissimi sapori, ho provato una vertigine, quasi un deliquio leggendo il nome scientifico e le proprietà del macagì (la foto qui a fianco è precisa all’immagine stampata nella memoria).
Il tasso (Taxus baccata) è una conifera sempreverde molto longeva: è nota anche come “albero della morte”. Mentre la polpa rossa della bacca è dolce e commestibile, il resto della pianta è velenoso, soprattutto i semi che possono essere letali per uomini e mammiferi. Gli uccelli sono ghiotti delle bacche e immuni ai semi maligni.
E noi!? Come è stato possibile che tante bocche in tanti anni non abbiano mai inghiottito un semino? Che mai nessuno si sia avvelenato o, più sopportabilmente, intossicato da star male?
C’è una sola spiegazione.
Nel tempo d’oro della nostra primavera eravamo diventati creature del bosco, la sua aura misteriosa aveva riversato in noi tutto il suo patrimonio selvatico, trasformato e profilato la nostra identità epigenetica: eravamo diventati bambini-uccello.

Angelo Gandolfi, 2026

9 pensieri su “Macagì”

  1. Ciao Angelo, non conosco i ‘macagì’ del tuo bel racconto ma mi hai ricordato l’infanzia tracorsa nei boschi sotto la cascata a Foppenico (una volta ci si facevano le feste, i cosiddetti “campeggi”), si attraversava il torrente Serta tramite un ponticello poi si giocava sulla pista in cemento, si faceva merenda (con l’uva fragola rubata o le more di rovo) sui tavoli e le panche di pietra. Ci si andava tutti i giorni, era il nostro luogo segreto. Gli anni più gioiosi e spensierati della mia vita. I migliori.

  2. Caro Angelo un bellissimo racconto di grande emozione. Una storia assolutamente a me sconosciuta ma con le tue parole sono stato trascinato nella lettura con la bramosia di arrivare alla fine del racconto. Bravissimo grande e profondo poeta. Un abbraccio

  3. Caro Angelo , grazie per magia e per il viaggio nel tempo che hai creato , è sempre un piacere leggerti, stavolta mi hai accompagnata a ritroso nella mia infanzia, puoi immaginare cosa non facevamo noi piccoli in Valsassina tra i boschi quando il mondo dei grandi spariva è si entrava in un mondo a loro precluso .

  4. Angelo! Sei un portento della natura!
    Se da piccoli siete sopravvissuti all’albero della morte, non può fermarvi nulla.
    Non sai quanti bovini ( ben più grossi dei bambini) sono morti per aver mangiato fieno mischiato a foglie e semi di tasso, ma forse, come scrivi tu, eravate bambini-uccello….

  5. Un racconto che sa di sogno, dopo anni. È come ” riaprire il tuo armadio” e trovare la storia giusta da raccontarci anche stavolta. La nostra infanzia non aveva tempo per perdersi in semi o frutti tossici. La fiducia ingenua nella Natura ci proteggeva. L’equilibrio e la forte energia tra le due parti erano già scontate. Ciò che contava era scorazzare liberi, tutti insieme, per i boschi. I macagì erano saporiti e profumati . Magici. Tanto quanto bastava per renderci felici. Bellissima favola!

  6. Ciao ANGELO CHE BEL RICORDO ME LO Hai ricordato ti ringrazio un forte abbraccio ( magari potessimo tornare indietro)

  7. Penso che arrivi per tutti il tempo di ripensare a questioni del genere, caro Angelo. A un punto, ci vengono in mente i pericoli corsi con incoscienza… e le tante paure nutrite invano!
    Tu racconti in modo così delicato e tangibile delle tue bacche dai semi velenosi e mi fai venire in mente la mia ‘sacara’.
    Le ‘sacare’, da sempre, erano considerate serpenti velenosissimi da cui guardarsi particolarmente e si favoleggiava della loro furbizia. Si diceva, per esempio, che fossero ghiotte del latte delle puerpere. La furbizia della serpe consisteva nello scivolare silenziosa, attirata dall’odore, presso il letto dove la mamma allattava il suo bimbo; s’attaccava al capezzolo e succhiava; intanto, per azzittire il piccolino, gli poneva in bocca, a mo’ di ciuccio, la parte finale della propria coda. Impressionante, vero? Beh, tutte chiacchiere!
    Ci sono voluti anni e qualche lettura specializzata per appurare che sia la ‘sacara’ che il cervone sono serpenti assolutamente non velenosi; che se ne stanno ben lontani dall’uomo; che non possono nutrirsi di latte, specie umano e materno, dato che non sarebbero in grado di digerirlo; che sono di grande utilità per l’agricoltura poiché cacciatori formidabili dei più voraci e dannosi topi. Insomma, come talvolta accade anche tra gli umani, un animale innocuo per l’uomo, complessivamente utile e perseguitato come un assassino… assetato di latte!
    Bello il tuo racconto, complimenti
    A presto, Albino

  8. Caro Angelo, sorprendente e divertente lettura…le avventure di bambini protetti da Madre Natura…. Complimenti!

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