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In quella tenda ad Ambivere con quattro sacerdoti che vogliono scuotere le coscienze

Qualche giorno fa è arrivato alla posta della nostra redazione un volantino che abbiamo subito pubblicato http://www.unpaeseperstarbene.it/2016/gli-incontri-della-tenda/. Si annunciavano due incontri, uno sul medio oriente ed uno sugli armamenti. Ad organizzarli e a scrivere “vi spettiamo” don Gianluca, don Andrea, don Alessandro e don Emanuele delle Comunità parrocchiali di Ambivere, Mapello e Valtrighe.

Il titolo del volantino era “Gli incontri della tenda” e quando l’ho letto ho capito il senso di quella intestazione. I quattro parroci scrivevano che «In Quaresima noi sacerdoti abiteremo una tenda allestita sul sagrato della chiesa di Ambivere. Questa decisione nasce dalla presa di coscienza che il prezzo del nostro benessere è la riduzione in miseria di altri esseri umani. Non siamo più disposti ad accettare un sistema del genere. Per questo vogliamo lasciare simbolicamente le nostre case. Si tratta di un segno temporaneo, fino a Pasqua. Poi si vedrà. Intanto con questo gesto vogliamo dire che riconosciamo le nostre responsabilità di fronte alla miseria del mondo. E non vogliamo abituarci a questo stato di cose. Per prima cosa vogliamo capire il legame tra miseria, politica e guerra. Ma siccome l’informazione televisiva, i giornali e gli intellettuali non aiutano molto a capire, siamo costretti a procurarci da noi l’informazione che serve. A questo servono le due serate organizzate dalle nostre comunità presso la Tenda ad Ambivere, di fronte alla chiesa parrocchiale».

Nei giorni successivi leggo alcune reazioni a questa forte decisione dei quattro parroci e in un articolo online leggo: «Nella tenda sarete i benvenuti».

Ci penso un attimo e mi dico che appena potrò ci andrò, non per fare interviste o a chiedere spiegazioni (il significato del loro gesto è scritto sopra ben chiaro), né per sapere come vivono questa esperienza, ma semplicemente per dir loro che guardo con interesse e comprendo questo gesto. Ci vado, mi dico, per portare la mia solidarietà e dell’Associazione che rappresento.

Detto, fatto. Dopo qualche giorno sono con un altro amico ad Ambivere. La tenda bianca è in un angolo della piazza accanto alla chiesa. I quattro parroci sono lì e ci accolgono realmente nella loro tenda con un “benvenuti”. Hanno appena finito di pranzare con altri amici che sono venuti a trovarli, sono un gruppo di sacerdoti che hanno voluto essere vicini a loro. E’ singolare però che siano primi preti a visitare la tenda dopo quasi tre settimane dall’inizio di questa iniziativa che vuole scuotere le coscienze e l’indifferenza della gente.

Ci fanno posto intorno al tavolo. Ci stringiamo, lo spazio è piccolo, quasi interamente occupato dai quattro posti per dormire. Accettiamo l’acqua che ci offrono e io assaggio un po’ di torta portata da una parrocchiana. Noi due spieghiamo perché siamo lì ed ascoltiamo la loro esperienza. Apprezzano questo nostro gesto e quello di tutti coloro che in questi giorni sono andati a trovarli sotto la tenda.

Non si va a visitare amici senza portare un dono. Dalla libreria di casa, prima di andare a trovarli, scelgo un piccolo libro di Don Luisito Bianchi che, racconto ai nostri ospiti, è stato a Monte Marenzo e di come ho conosciuto quel sacerdote straordinario.

L’esempio di Don Luisito e quello dei parroci in quella tenda rendono “credibile” una chiesa che non sempre lo è stata. Allora grazie don Gianluca, don Andrea, don Alessandro e don Emanuele.

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Un pensiero su “In quella tenda ad Ambivere con quattro sacerdoti che vogliono scuotere le coscienze”

  1. La tenda sul sagrato di Ambivere e quattro sacerdoti che interrogano le nostre comunità sul senso dell’appartenenza ad una umanità in cammino, che rende irrimediabilmente vecchie le tavole della geografia politica dei nostri atlanti scolastici.
    Un’agape all’oratorio di Monte Marenzo. Attorno al tavolo imbandito con cibi semplici, intreccio di racconti in varie lingue, esperienze portate da lontane latitudini difficili da dire e ascoltare. Anche qui si avverte come i colori delle tavole della geografia politica degli atlanti si stemperano, si mescolano fino a impastare nuove sfumature.
    Quello che stiamo vivendo è un sommovimento enorme, da perderci la testa: e molti infatti la perdono. Cominciano a costruire muri, ripristinano le garitte di frontiera, blindano la ragione e il cuore fino ad essere duri e insensibili alle grida di aiuto invocate dai martiri del nostro tempo.
    Ci stiamo attrezzando per bene, cambiando addirittura la semantica delle parole. Un gesto di pietà diventa deprecabile pietismo. Una persona di buona volontà è additata come un pericoloso buonista, sinonimo di traditore del patrio suolo, delle sacre tradizioni millenarie, fiancheggiatore di terroristi.
    Di fronte ad una umanità alla disperata ricerca di un futuro, possibilmente dignitoso, noi dobbiamo rispondere con la forza della ragione, con la lucidità necessaria a comprendere in profondità i processi storici in atto. Innanzitutto, noi europei dobbiamo usare le armi formidabili della nostra economia e del nostro benessere, per riequilibrare le scandalose disuguaglianze che in oltre tre secoli di colonialismo e rapine abbiamo creato in varie aree del mondo.
    La migliore garanzia della nostra sicurezza è non essere circondati da popolazioni che non abbiano nulla da perdere, se non le proprie catene, la propria fame, le proprie guerre.

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