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La Frósca a Spaiano

Se è vero che ci sono luoghi che, più di altri, conservano nel tempo una traccia, un’impronta, dell’uso che gli abitanti ne facevano nel passato, sicuramente Spaiano è uno di questi.

Come è noto, le colline di Monte Marenzo, in gran parte a destinazione agricola, erano punteggiate dai nuclei rurali, abitazioni e luoghi di lavoro delle famiglie di mezzadri dipendenti dalle due principali famiglie di proprietari del luogo, Corazza ed Agudio.

La località Spaiano (Spaià), affacciata sulla valle dell’Adda, comprendeva vasti campi e balze coltivati a vite, gelsi (per i bachi da seta!), frumento e granoturco, attorno ad un grande casolare di antica origine, con alberi di noci e da frutta, stalle per qualche mucca e maiale o cavallo, una‘üśelanda’ ricca di uccelli da richiamo per le uscite di caccia del padrone. E, più grande che in altre cascine, una freschissima cantina con numerose grandi botti e tini in castagno.  

I racconti raccolti, a partire da fine anni ’70, dalla voce di chi quei campi coltivava e in quelle case contadine abitava, rimandavano alla vita di lavoro di tutti i giorni: per l’intera famiglia, donne e bambini compresi, in particolare per la stagione dell’allevamento dei bachi.

Ma non di solo lavoro parlano i racconti ascoltati. L’aia di Spaiano, in particolare, era teatro in alcuni periodi dell’anno, di un movimentato ritrovo per scambio e vendita di prodotti, a cominciare dal ‘vino del padrone’, stillato dalle grandi botti che raccoglievano l’uva di altri mezzadri dei Corazza. In periodo estivo, dopo i bachi, veniva esposto all’entrata un ramo di verde (la frósca), a segnalare l’apertura al pubblico come ‘osteria temporanea’ e spaccio al minuto di vino, formagelli e pesci dal fiume.

La finalità prettamente economica della Frosca non impediva certo di vivere il risvolto conviviale del ritrovarsi all’aperto (o al riparo delle lòbie), tra bicchierate a km zero e partite di carte o di morra, mentre le donne, più affaccendate a servire i commensali, condividevano comunque l’atmosfera di ‘allegra compagnia’ che veniva a crearsi, spesso vitalizzata da canti e fisarmonica.  *** (a fine articolo un brano dalla testimonianza di Savina Bonanomi (n. 1925) e il marito Carlo Bassani, registrata il 03/03/1979 a Spaiano, a cura di Cristina Melazzi e Gerolamo Fontana)

È stato questo il motivo che ci ha suggerito di scegliere la corte di Spaiano per l’appuntamento conclusivo del progetto Se regòrdet, curato da Vecchia Quercia per Generazione Gold, a cui abbiamo collaborato come AUSER e UPper. Dopo i ritrovi dedicati a Infanzia e giochi ed al gran lavoro (in particolare femminile), si voleva dar spazio ad un altro dei temi toccati dagli over 65 intervistati per il progetto: il bello del ritrovarsi, dello stare insieme per un momento di convivialità e di festa.

Scelta felice: giornata serena, domenica 20 settembre, finalmente non troppo calda, uva appena colta e salame di buona provenienza, ricordi, riflessioni e buon umore. È vero, abbiamo saltato il vino, ma si è potuto almeno immaginarne il sapore nella grande cantina dove ancora resiste spavalda, al fresco della volta in mattoni, una delle tine storiche di Spaiano.

Ci auguriamo che i racconti registrati per l’occasione di Se regòrdet, che verranno diffusi come podcast la prossima primavera, restituiranno qualcosa dell’atmosfera che, ancora oggi, ci pareva rivivere nella corte di Spaiano.

Varrà la pena provare a reincontrarci qui, o in qualcun altro dei luoghi di ‘buon ritrovo’, come ai tempi, magari anche con chi non è mai stato qui in paese, ma può riscoprire con noi il piacere dell’incontro.

Cristina Melazzi

(foto di Sonia Bernardi)

*** Un brano dalla testimonianza di Savina Bonanomi (n. 1925) e il marito Carlo Bassani, registrata il 03/03/1979 a Spaiano, (a cura di Cristina Melazzi e Gerolamo Fontana):

SB – Abbiamo fatto anche osteria noi qui, vendevamo il vino, tutto il vino del padrone. Tutto il vino del padrone, dei contadini che [lui] aveva a Costa, Caròbi, el‘la regondiva [lo raccoglieva] tutto qui nella nostra cantina e il mese di… dopo i bachi, cominciavamo la Frósca, cominciavamo (…) A giugno, fino a agosto. (…) [Vendevamo] al menüt [al minuto], si infiascava, a bottiglioni.

CB – Osteria, giocavano a carte, alla morra, come osteria: la Frosca

SB – Non sai che lavorare che facevano? E mangiavano i formaggini e il pesce, facevano il pesce fritto (…) Lo portavano su quelli del lago, quelli di Bisone venivano su tutti col pesce qui, prendevano il pesce lì da basso [fiume Adda] e poi si fermavano qui a mangiare. Loro ci davano il pesce e noi magari gli davamo dentro [in cambio] cinque o sei litri di vino e stavano, magari fino alla mattina, oh! C’era una baraonda qui d’estate! (…) Sempre qui fuori, e se pioveva si cacciavano sotto, mettevano i tavoli qui sotto anche alla lòbia [terrazzo in legno] e un po’ in cucina, ma di solito erano mesi belli.

(…) una festa così che facevano qui, ma durava, durava neh! Fino che avevano venduto tutto il vino, durava (…)

La fisarmonica, c’era sempre qui la fisarmonica (…)

CB Sì, eh, cantavano tutti dentro qui, eh!

(…) La fisarmonica: c’erano quelli di SanMichele, quei Ungiù là, erano sempre qui (…), venivano tutti di fuori quelli che suonavano la fisarmonica (…)

Sì, era un bel sito qui, eh, d’estate! (…)  era soltanto qui, appena qui a Spaiano (…)

Per la posizione, e poi c’era là, al Caśòt là, la seconda festa a Pasqua, qui c’era come una festa, come un campèggio, venivano su i Corazza, i Malighetti, a mangià l’ööf, e suonava il grammofono

(…) a Sant’Angelo, il lunedì: qui era una baraonda, una festa, tutti venivano su: il padrone, il Corazza veniva su, i Malighèc con il grammofono, ballavamo, attaccavamo su le altalene là, eh, era una festa…! (…) Là, là sul cucuzzolo.

(…) Dopo, quando cominciavamo un po’ a śmorośinare nótre tuśe [noi ragazze], perché c’erano qui tante tuśe,(…) Cominciavano questi giovinetti a arrivare qua, giocavamo a nasconderci, giocavamo al cìrcol, donne, giovinette e così, sempre là, il nostro divertimento era là (…)

Quando c’era osteria venivano qua quelli di San Gregorio, (nel) cuśenin qua mi ricordo si cacciavano dentro a giocare a carte, (…) Sì sì, era qui il posto, era qui il posto

CB – Pim pam, partivano in tredici o che, insieme tutti, e indietro ancora insieme, e a piedi neh, mica in bicicletta neh, mica in macchina, allora non c’erano, a piedi

SB – Poi giocavano a carte, qui la mia mamma aveva da fare sempre alla festa, aveva qui l’aiuto eh, aveva l’aiuto, facevano cuocere il pesce che portavano su questi pescatori e dopo, invece dei soldi, allora stavano qui a mangiare e bere, stavano qui fino alla mattina, e i formaggini e i bulògne, compravano le bologne e il salàm nustrà che facevamo su noi, vendevamo (…)

Noi qui facevamo anche 180 brente, abbiamo fatto qui (…)

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