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Consigli di lettura per il mese di gennaio

Inauguriamo con il nuovo anno una piccola rubrica dedicata ai libri.

Segnaleremo qui i libri che ci sono piaciuti e le novità letterarie da non perdere.  Potrete aggiungere un vostro commento o segnalare a vostra volta il libro del mese.

Intanto iniziamo con tre libri.

 

Il prossimo 27 gennaio ricorre “il giorno della memoria”, una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio (data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz nel 1945) come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Tra le numerose testimonianze letterarie sulla Shoah, abbiamo scelto una novità editoriale di una piccola casa editrice che ripropone in una bellissima veste uno straordinario romanzo di Boris Pahor: “Una primavera difficile”, Ed. Zandonai, 2009.

Boris Pahor, scrittore triestino di etnia slovena, autore, tra gli altri, di Necropoli, (Fazi Editore, Roma 2008, prefazione di Claudio Magris), patriarca della letteratura slovena, per l’autorevolezza della sua voce e il valore della sua produzione letteraria, è stato più volte candidato al Nobel per la letterarura.

In “Una primavera difficile” un reduce sloveno dai campi di concentramento nazisti, è ospite di un sanatorio alle porte di Parigi. La sua vita somiglia a un dormiveglia dentro una serra di vetro, un dormiveglia attraversato di continuo dalle immagini di là, di quel mondo dove ha visto consumarsi la distruzione.

 

Il secondo libro é un piccolo ma prezioso racconto di Erri De Luca: “Il peso della frafalla” ed. Feltrinelli 2009.

Leggendo l’ultimo libro dell’autore napoletano sembra di tornare in uno dei romanzi di jack London, nell’epico scontro dell’uomo (un anziano cacciatore) contro la natura (il re dei camosci), due eroi solitari che lottano per la sopravvivenza. Storia in cui la solitudine dell’uomo e dell’animale la fanno da padroni, e che ci porta per un momento lontani dalla quotidianità fatta di una massa di relazioni enorme, ma che forse ci costringe comunque ad un’esistenza solitaria.

 

Infine ricordiamo un titolo segnalato da Roberto Saviano nella sua ultima apparizione televisiva da Fabio Fazio in “Che tempo che fa”. Siamo andati subito a cercarlo in Biblioteca che lo ha prontamente acquistato e reso disponibile per il prestito.

Si tratta di Sozaboy il libro dell’autore Nigeriano Ken Saro-Wiwa (Ed. Baldini Castoldi Dalai, 2008).  La perdita di innocenza di un mondo e lo scardinamento di gerarchie e ordini naturali attraverso gli occhi e le parole di un ragazzo che crede che la follia che lo investe abbia un senso, fino a scoprire dolorosamente il contrario. Il capolavoro di Ken Saro-Wiwa ispirato alla guerra del Biafra che devastò la Nigeria dal 1967 al 1970.

Provate a leggerli e a dirci la vostra opinione, oppure segnalateci i vostri titoli preferiti.

4 pensieri su “Consigli di lettura per il mese di gennaio”

  1. Avatar
    miriam dice:

    “…lui lo lesse e forse gli piacque anche, ma disse che mentre lo stile che avevo usato poteva andare bene per un racconto breve, dubitava che avrebbe potuto sostenere un intero romanzo. Io, però, sapevo che un giorno avrei voluto scrivere un romanzo, usando proprio quello stesso stile. La guerra civile nigeriana, che ho vissuto in prima persona fra i giovani soldati a Bonny, dove ero capo dell’Amministrazione civile, mi fornì l’occasione buona”. da Sozaboy di Ken Saro-Wiwa
    L’ho preso in prestito oggi …
    Miriam R.

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    miriam dice:

    Caro Sergio, leggendo queste nostre brevi note, pensavo al film di Benigni, La vita è bella. C’è una scena, dove lui trasporta con fatica immensa un’incudine…così pesante per un corpo magro; proprio come Pahor ha scritto in Necropoli “i corpi erano magri e le pietre grandi”.
    E il Padre-benigni va su e giù con questo suo grande peso (imposto) e finge un sorriso di fronte al Figlio; che non comprenda, fin quando è possibile, il dolore e il Male, dell’inutile sofferenza. Il Padre e il Figlio, l’uomo e la responsabilità, il Presente e il Futuro, la Morte e la Vita. E’ La strada (dell’Uomo)e il pensiero corre a Cormac McCharty.

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    Sergio dice:

    Grazie Miriam per aver segnalato le due citazioni che rimandano in modo impressionante a “Necropoli” di Pahor ed. Fazi pag. 193:

    Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen. Le testimonianze provenienti da quei luoghi sono rivelazioni immani anche per chi in un lager ci la abitato. L’immagine della gradinata nella cava di Mauthausen, per esempio. Centottantasei gradini. Dieci pianerottoli. I corpi zebrati dovevano inerpicarsi sei volte al giorno fino in cima alla gradinata, con una pesante pietra sulle spalle. E quella pietra doveva essere pesante avvero, dato che lassù uno stretto sentiero correva lungo l’orlo di un precipizio, e lì stava un kapò che buttava giù con uno spintone chi a suo giudizio aveva una pietra troppo piccola sulle spalle. Quello strapiombo veniva nominato «la parete dei paracadutisti». Ma si poteva cadere già sulla gradinata, dal momento che i corpi erano magri e le pietre grandi, e i gradini erano costituiti da sassi diseguali e posti di traverso. Quando poi alle guardie saltava il ghiribizzo, respingevano indietro, dalla cima della gradinata, quelli che si erano trascinati ansimando fin lassù, facendoli rovinare su chi stava sopravvenendo, e così a rotolare giù era un misto di pietre bianche e masse striate.

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    miriam dice:

    Voglio commentare la recensione sul libro di Pahor, postando qui due stralci, che, mi auguro, significativi anche per voi.
    Soggetto di entrambi è la “famigerata scala di Mauthausen” descritta da Lino Gabbia (Frigerio è il suo vero cognome e reduce da quel campo) e da Claudio Magris in Danubio (ed, Garzanti).
    eccoli:
    “A Mauthausen c’era una scala scolpita nella roccia, con 176 scalini, ruvidi e appuntiti.
    Mi ricorderò sempre della giornata del 21 agosto ’44, giornata nella quale io, con altri 550 compagni dovetti fare quella scala, e purtroppo 175 di noi ci lasciarono la vita.
    Uno alla volta venimmo fatti passare, con un sacco sulla spalla del peso di circa 30 o 40 chili. Ad ogni cinque vi era un tedesco delle S.S. armato di fucile con baionetta innestata, ed un altro al suo fianco con lo scudiscio in mano. Inesorabilmente egli batteva il “paziente” che faceva la mossa di fermarsi durante l’ascesa della martirizzante scala.
    Io riuscii ad arrivare fino in cima, dato che avevo un fisico ancora abbastanza robusto; un mio compagno, che mi era come un fratello Gandini Emilio di Lecco ci riuscì a stento, ma la maggior parte degli uomini anziani, sulla cinquantina e sulla sessantina, non ce la facevano.
    Questi poveretti, già malconci per le percosse ricevute venivano spinti con la punta delle baionette sull’orlo della scala e fatti precipitare nel burrone sottostante.
    La morte di quei poveretti e le grida di dolore degli agonizzanti erano uno spettacolo divertente per i crudeli e famigerati ufficiali delle S.S., comandanti e amministratori del terribile campo di Mauthausen.”

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    Scendo la Scala della Morte, che conduceva alla cava di pietra di Mauthausen. Su questi 186 alti gradini gli schiavi portavano macigni, cadevano per la fatica o perché le SS li facevano inciampare e rotolare sotto i sassi, venivano abbattuti a bastonate o a fucilate. I gradini sono blocchi ineguali e impervi, il sole scotta; il massacro è ancora vicino, vengono in mente divinità arcaiche avide di sacrifici umani, le piramidi di Teotihuancàn e idoli aztechi (…) Su questi scalini, il singolo si sente uno dei grandi numeri macinati dallo Spirito del Mondo che evidentemente dà segni di squilibrio mentale, uno di quei numeri di matricola che l’ufficio competente del lager incideva sul braccio dei detenuti.
    (Danubio, Claudio Magris, ed. Garzanti)
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    Confrontateli prima di leggere il libro di Pahor, perché solo l’esperienza parla con il cuore, e l’autore triestino è scrittore e testimone. Buona lettura, Miriam R

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