soldato_toni_webRiceviamo da Anna Maria Scapolo un racconto ed una poesia che volentieri pubblichiamo.

Ringrazio Angelo Gandolfi per avermi più volte invitato a pubblicare il racconto sul mio nonno. L’ho scritto tre anni fa a seguito di una lunga “intervista” fatta, appunto, a mio nonno Toni. Poi, ho avuto l’onore e la gioia di vederlo premiato a Roma dal comandante del Primo Reggimento Granatieri di Sardegna e di vederlo pubblicato sulla rivista nazionale del Corpo.

Per me è stata una gioia per la riconoscenza ricevuta ed un onore perchè sono riuscita a raccontare “a voce alta” la vita del mio caro nonno, uomo forte e buono, contadino simpatico e ottimista, grande amante dei giovani. E’ stato il mio ultimo regalo a quest’uomo così importante per me. Poco dopo, infatti, all’età di 98 anni, ci ha lasciato, ” è andato a dormire” come diceva lui.

Con la pubblicazione su questo sito il mio vuole essere un gesto di affetto e ricordo per tutti quegli anziani che la guerra l’hanno vissuta sulla loro pelle. Anche la poesia è un omaggio ai tanti giovani soldati in trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

Se posso aggiungere: il sacrificio va ricordato doverosamente con la consapevolezza che comunque la guerra “…lascia l’amaro in bocca anche a chi rimane in vita” come diceva il nonno Antonio.

Ciao a tutti

Anna Maria Scapolo

ASCOLTANDO NONNO TONI

“L’é tardi, dormi. Te studiarà bonora, doman. Felize nòte.” (E’ tardi, dormi. Studierai domani mattina. Buonanotte)

La nonna mi salutava sempre così alla sera prima di coricarsi.

Avevo scelto di vivere con lei e il nonno non so neanche io perché: forse per sentirmi più indipendente o forse perché nella loro casa mi sentivo in un porto sicuro, fatto di tante piccole cose, di gesti quotidiani che ti accarezzano l’anima.

Al mattino mi svegliavo con le loro voci che commentavano le scelte dei figli, dei nipoti, i fatti che accadevano, i ricordi.

Qualche volta il nonno mi raccontava del suo passato, “al tènp de guèra, co se ‘véa fame e no l’èra gnént da magnar”. (al tempo della guerra quando si aveva fame e non c’era niente da mangiare)

Tu eri piccolo nonno Toni, avevi solo cinque anni quando l’Italia entrò nella prima guerra mondiale. Vivevi con il papà, la mamma e tre fratelli a Pianzano in una casa circondata da campi. Tuo padre faceva, infatti, il contadino. Dovevi andare a scuola ma l’inizio del conflitto mondiale te lo impedì.

Così le tue giornate le passavi a casa ad aiutare il papà nei campi o nella stalla: egli possedeva qualche mucca, un cavallo e animali da cortile che venivano accuditi dalla tua mamma.

Quando poi fu chiamato dal governo italiano a lavorare per l’esercito e partì, tu nonno fosti costretto ad accudire gli animali. Le mucche erano diventate poche, anzi una sola. Le altre, assieme agli animali da cortile e al fieno, erano state requisite dagli austriaci per il loro fabbisogno. La fame era grande, non solo per voi ma anche per loro. Mi raccontavi che i soldati nemici uccidevano persino cani e gatti per mangiarli oppure si nutrivano di more, poi bevevano tanta acqua e stavano male, a volte morivano.

Ma gli austriaci non erano solo dei nemici. C’erano anche quelli con l’animo buono, come per esempio gli ufficiali alloggiati a casa tua. Essi erano di origine trentina o triestina. Ebbene, avevano il coraggio di rubare il pane all’esercito per darlo a voi che eravate senza papà, piccoli e con tanta fame. Poi vi insegnavano a creare dei nascondigli segreti per celarvi le pagnotte con cui mangiavate per giorni e giorni.

Altro cibo era procurato da espedienti: i tuoi fratelli, più grandi e più giocherelloni di te, si divertivano a correre dietro ai carri che trasportavano i viveri per i soldati al fronte e tagliavano i sacchi di patate dall’ultimo mezzo in colonna. Rimaneva una lunga scia di tuberi per terra che poi raccoglievano e portavano a casa, non senza correre grossi pericoli.

Ma venne il tempo del dolore anche per la tua famiglia, tempo in cui c’erano già molte tribolazioni.

Tuo fratello Angelo, classe 1905, chiamato a lavorare per gli austriaci, tornò a casa ammalato, non si sa se di tifo o di pleurite; non c’erano medici che potessero aiutare la povera gente.

Così una notte morì lasciando la tua mamma nella disperazione.

Non era finita. Altre paure e dolori si vivevano quotidianamente in quel periodo e tormentavano la povera gente.

Un giorno, mentre la tua mamma lavava alla fontana, gli austriaci entrarono in casa e requisirono tutte le coperte. Non si accorsero che in una c’era un bambino di pochi mesi che dormiva. Tua madre, alla vista dei soldati, si mise ad urlare e a rincorrerli, riconoscendo la coperta che teneva al calduccio il suo bambino. I soldati si fermarono e le ridiedero il piccolo che, nel frattempo, si era svegliato piangendo.

Un altro giorno, arrivò una conoscente di tua madre piangendo disperata. Raccontò che stava lavando al fosso, lungo la strada, quando passò un battaglione di soldati. Fra questi riconobbe suo figlio Marco, ma non poté salutarlo, il comandante glielo impedì.

Si sa che si partiva per il fronte, ma non si sapeva se si faceva ritorno.

Triste fu anche la partenza dei giovanissimi ragazzi del 1899, soldati mandati al fronte come carne da macello. Tra questi c’erano anche tuoi conoscenti: Bepi Da Ros, tuo vicino di casa, Bepi Fadel, Poldo Carniel, Anastasio Brunetta, Onorato Casagrande e altri ancora.

Quando raccontavi questi avvenimenti a me, ragazzina, ti commuovevi e continuavi a ripetere “èra ‘na guèra de distruzion , treménda, quanta fan.” (era una guerra di distruzione, tremenda, quanta fame).

C’erano le sere in cui, finita la frugale cena, andavi con la mamma e i tuoi fratelli nel granaio e vedevi dalla finestra il chiarore dei combattimenti sul Piave.

Il giorno dopo, passavano file interminabili di soldati austriaci feriti che andavano verso l’ospedale di Sacile o Pordenone e lasciavano lunghe scie di sangue sulla strada e assordanti lamenti nell’aria.

Alla vista di quei feriti tutti esultavano perché significava vittoria per i nostri. L’unica a non gioire era tua madre che continuava a ripetere a tutti “i é fioi anca lori de ‘na mare”. (sono figli anche lordi una madre).

Intanto, notizie del papà nessuna. Si seppe, finita la guerra, quando tornò a casa, che era fuggito e che da clandestino era vissuto presso una famiglia ospitale. Prima di trovare quel rifugio era stato giorni e giorni immerso nel Piave tenendosi aggrappato alla vegetazione della riva e uscendo dall’acqua solo per respirare. A dire il vero non era acqua, ma un fiume rosso, rosso di sangue.

E venne il giorno della vittoria, finalmente la guerra cessò: il bilancio era grave come perdite umane, ma tu fosti fortunato perché tuo padre tornò.

Fu un giorno di festa per tutti, la vita ricominciava.

Si poteva ritornare alla messa la domenica senza paura delle bombe, si poteva tornare anche a scuola. E così fu anche per te, finalmente frequentasti la prima elementare. Ma durò poco. Il papà, che aveva bisogno di braccia forti in campagna, ti chiese di rimanere a casa e tu, ubbidiente, accettasti. Finita la terza elementare ritornasti a fare il contadino, lavoro che ti occupò tutta la vita.

Mi ricordo ancora, quando bambina, ti portavo l’acqua da bere nei campi: avanzavi maestoso con la forca o la falce in mano, con quel tuo grande cappello che ti riparava dal sole. Io ti ponevo l’acqua e il bicchiere per terra; poi, scappavo perché sapevo che mi facevi sempre degli scherzi, rincorrendomi.

Ma i ricordi sulla guerra non riguardano solo la tua infanzia. Anche da adulto tu la incontrasti, nel secondo conflitto mondiale.

Era il 1930. Fosti chiamato alle armi nel Corpo dei Granatieri di Sardegna a Roma.

Dopo un’iniziale istruzione militare fosti indirizzato alla Banda del Corpo, dove imparasti a suonare il bombardino tenore. Che orgoglio per te! Alto, fiero, col tuo accento veneto sfilavi e suonavi alle parate militari. Il mondo era tutto tuo! Anche perché a casa ti aspettava una bella mora, la tua Augusta, che ti aveva giurato fedeltà e ti aspettava. Ne parlavi spesso con i tuoi compagni, in particolare con uno, un certo Recchia Alessandro, veneto pure lui, di Miane (Treviso). Ti promise che nel fatidico giorno del sì ti avrebbe fatto da testimone di nozze, “da compare” come si dice da noi in Veneto.

Così fu. Nel 1935, il 12 gennaio, sposasti Augusta Sanson nella chiesa di Budoia (Pordenone).

Quanta gioia per te, Toni il granatiere.

Di lì a qualche anno, però, i tempi si fecero più cupi: c’era aria di guerra e tutti gli uomini furono richiamati alle armi. Lasciasti la tua famiglia, la tua casa, la tua campagna per tornare a Roma. Trovasti anche il tuo amico di Miane in quell’occasione. Ma la sorte vi riservava un destino diverso. Quante volte, nei tuoi ricordi, raccontavi a me ragazza questo episodio.

Eravate a Roma, appunto, vi esercitavate con gli strumenti. Dopo una pausa il vostro superiore chiamò l’attenti, ma il tuo amico Alessandro non se ne curò. Stava leggendo una lettera speditagli dalla moglie e nell’intento di capirne il contenuto, con la voglia struggente di riabbracciarla, non si accorse dell’ordine impartitogli dal suo superiore. Questi, allora, avvicinatosi, ignaro del contenuto del pezzo di carta, glielo strappò di mano, stracciandolo. Alessandro reagì in malo modo, colpendo con un ceffone il suo superiore. Fu questa la scintilla che inasprì il rapporto fra i due, a tal punto che il tuo amico decise di farsi cambiare di compagnia. Le vostre vite si separarono per sempre: tu fosti mandato a Palermo, in mezzo ai bombardamenti, ma ti fu salva la vita; lui fu mandato in Iugoslavia, dove, poco dopo, i militari slavi lo presero, lo obbligarono a scavarsi una fossa e lo uccisero. Ancor oggi, quando racconti questo fatto, ti senti quasi “colpevole” di essere uscito vivo dalla guerra, mentre il tuo amico ne è rimasto vittima lasciando orfani i figli e vedova la moglie. E aggiungi:”La vita riserva sorprese amare, ma la guerra lascia l’amaro in bocca anche a chi rimane in vita.”

La guerra con la sua violenza passò, ma il ricordo del tuo ruolo nel Corpo dei Granatieri fu per tanti anni, e ancora adesso, motivo di orgoglio per te.

Rammento ancora i giorni in cui venivano organizzati i raduni dei granatieri nella zona di Conegliano e tu mettevi sottosopra la casa e la nonna perché tutto doveva essere preparato a puntino: il vestito da indossare, gli alamari da applicare sul colletto della giacca, il tipico berretto del Corpo.

Che bei ricordi di te e della nonna mi porto dentro! E saranno sempre con me.

Oggi che hai 98 anni sei un monumento per tutti noi (4 figli, 13 nipoti, 7 pronipoti), sei come quel gelso secolare nel cortile della tua casa contadina, che non ha perso quel non so che di magico, qualcosa di innato e straordinariamente bello che attira tutti.

Racconta nonno Toni, racconta ancora.

Questo brano è stato premiato a Roma il 4 novembre 2008 (2° classificato) dal Comandante del Primo Reggimento Granatieri ed è stato depositato, assieme alle fotografie dei nonni, in una mostra permanente presso il fortino “Carlo Emanuele II” Caserma Gandin via Forte di Pietralata n.7 00158 ROMA.

 

SOLDATO IN TRINCEA

Desiderio struggente di casa,

occhi che guardano il cielo

e nel cuore un’eco di girotondi.

 

Voci lontane

di affetti familiari,

ricordi che turbinano col vento,

tengono al caldo l’anima.

 

Sei tu, soldato, che senti

piagarsi i piedi ai calzari

di fango e di neve

e aspetti

pregando Iddio che allontani

da te il prossimo colpo.

 

Anna Maria Scapolo

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