Ancora un saluto ad una persona conosciuta che ci lascia, con il commiato di un paese.

Ancora, perché nell’arco di questi mesi ci è toccato salutare con grande dispiacere volti noti tra noi, che tanto hanno dato e ancora avrebbero voluto dare alla comunità con cui hanno condiviso la vita. Così il dispiacere è mitigato proprio grazie a questa condivisione, di cui siamo stati parte.

Penso naturalmente a Elio, a Raffaella, ad altri, e ora a Giovanni di Pòrtola. Credo che, a tutti, il viso sorridente di questo “Piccolo Grande Vecchio” (nella bella foto di Giorgio Toneatto), comunichi quel sentimento di vera gratitudine, al di là delle difficoltà, per la vita, e di serenità non banale, che Giovanni sapeva trasmettere e che resterà, credo, ‘in circolo’ nella comunità, come è stato sottolineato anche nel ricordo di Don Giuseppe.

Riprendendo a scorrere le trascrizioni di una lunga intervista a Giovanni Ravasio, raccolta (su indicazione di Angelo Gandolfi) nel marzo 1999 per il libro su Monte Marenzo – tra le cui pagine ritroviamo anche la presenza di Cesare Malighetti – ho rintracciato le parole, tra serietà e ironia, di un testimone originale e speciale, su aspetti anche poco noti della vita economica e sociale del paese: dal lavoro agricolo al rapporto con l’ambiente naturale, dalle opere e i giorni e le fatiche di una famiglia di mezzadri, ai grandi cambiamenti del ‘900 vissuti in prima persona. 

Qualcosa dei suoi racconti è riportato nelle pagine dedicate a “La Casciàda” (misteriosa e conturbante presenza tra i boschi notturni…) ed alla pratica delle Rogazioni per invocare piogge o bel tempo sulla campagna. Ma è ancora Giovanni che ricordava come i boschi pulitissimi (“Se si perdevano cento franchi, li trovavi!”) sull’altura di Santa Margherita fossero destinati al pascolo delle mucche, affidate a loro, ragazzini, dopo la scuola. La collina era nota come Ol munt o anche Ol tesòr, con rimando ad un ipotetico tesoro là nascosto in tempi lontani, mentre il vigneto arrivava a lambire il bosco: e c’è il ricordo di una loro nonna che scendeva dal ronco con il grembiule in vita (“la ghéda”) raccolto agli angoli e carico di frutta, mele e pere dèl büter, che erano “una meraviglia”!  

Queste immagini virtuali, insieme alle altre, più reali e molto belle, riprese in tempi più recenti dalle telecamere di “C’era niente”, ci piace considerarle un saluto prezioso che Giovanni ha voluto, a sua volta, lasciarci.

Cristina Melazzi

Categorie: Cultura & Scuola

One comment

Un saluto, ancora

  1. Leggo con piacere il ricordo che Cristina dedica a questa persona speciale che ho conosciuto durante le riprese di ” C’era… niente “; il signor Giovanni mi ha lasciato l’impressione di una persona molto intelligente dotata di una memoria eccezionale….ci raccontò il suo approccio con la famiglia tedesca che lo ospitò usando i suoi ricordi come se risalissero a pochi giorni prima e l’arrivo a Cisano dopo la sua liberazione con un vivido affresco del momento, come se fosse vicino nel tempo e non un ricordo lontano che si andava affievolendo. Incrociandolo ti comunicava una sensazione di allegria e di positività, in questo da associare a Elio, alpino dalla grande generosità, disponibilità e gioia di vivere. Invierò ad UPper un paio di fotografie di questi eccezionali personaggi nella speranza che vengano pubblicate per raccontare visivamente quanto mi sono sforzato maldestramente di trasmettere in questo commento. Giorgio Toneatto.

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